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Viaggio in Iran tra presente e passato – Di Nadia Clementi

Viaggio in Iran tra presente e passato – Di Nadia Clementi

Prima parte: un Paese che affonda le proprie radici nella terra dove è nata la civiltà

Ci sono paesi che riescono a mantenere un ruolo da protagonisti sul panorama mondiale da millenni e sono molte le nazioni che hanno scritto la storia: la Germania come superpotenza militare nell’800, l’Inghilterra con la sua flotta navale invincibile e mezzo mondo colonizzato nel ’700, la Francia degli ori e degli sfarzi barocchi, l’Italia dei Comuni e dello straordinario Rinascimento.
 
Potremmo percorrere la linea del tempo a ritroso fino all’alba dell’umanità e riusciremmo a raccontare, in parallelo, la storia delle nazioni, dei regni, dei territori che hanno giocato un ruolo fondamentale nella storia dell’uomo.
Ci sono poi alcune zone, poche e veramente straordinarie, che sono riuscite a disegnare come una linea ininterrotta il proprio ruolo nel viaggio della nostra storia. Uno di questi è l’Iran.
 
Non ci si pensa quasi mai, ma proprio da qui, dalla Mezzaluna Fertile, nelle valli verdi tra il Tigri e l’Eufrate sono sorte le prime civiltà e sono nate le prime metropoli dell’umanità, come Persepoli o Babilonia, città dove hanno preso forma le discipline più raffinate che la mente umana potesse concepire, come l’astronomia, la matematica e la filosofia.
 

 
Un luogo, l’Iran, che dalla notte dei tempi è stato al centro delle vicende più importanti della propria epoca. Il motivo? Soprattutto una posizione strategica: porta naturale tra Oriente e Occidente, cesura geografica e culturale tra le pianure dell’Asia centrale e i deserti africani, crocevia di culture e religioni, mercato di scambio tra i preziosi prodotti della via della seta e le materie prime dalla «vecchia Europa».
 
Un ruolo da protagonista che nel turbinoso ’900, ha visto l’Iran sotto la luce dei riflettori prima come Regno di uno Scià illuminato e moderno nella polveriera del Medio Oriente, poi come teatro della Rivoluzione khomenista e ora alleato scomodo e osservato speciale per la proliferazione del nucleare.
Oggi l’Iran rimane un Paese dalle forti contraddizioni, ma ancora fortemente strategico per le alleanze tra le varie Nazioni a prevalenza musulmane.
Un Paese al quale gli Stati Uniti guardano con attenzione e non poco sospetto, sia per il suo ruolo nello scacchiere del Medio Oriente sia per la sua forte esportazione di petrolio.
 

 
Decidere di intraprendere un viaggio in Iran dunque non può non tenere conto della complessità e del peso della storia di questo luogo magico e affascinante.
Spostarsi come turista occidentale in questo Paese vuole dire avere un punto di vista in parte privilegiato, ma in parte ancora totalmente estraneo ad un mondo raffinatissimo e in equilibrio precario come quello del Medio Oriente del XXI secolo.
 
Dallo scoppio della prima guerra arabo-israeliana nel maggio 1948 all’attacco missilistico di Hamās contro Israele nel novembre 2012, il conflitto tra israeliani e palestinesi ha dominato la scena mediorientale e internazionale. In questo contesto si è ritagliato uno spazio da protagonista l’Iran sciita, finanziatore del partito libanese Hezbollah, ma anche dei sunniti palestinesi di Hamās.
 
L’Iran è una Repubblica Islamica di fede sciita per l’89% mentre il restante 11% della popolazione è sunnita. Attualmente, il Paese è in regime islamico con le leggi della sharia. Non è sempre stato così ma ancora adesso gli opposti coesistono; le contraddizioni di questa società emergono soprattutto nel mondo femminile, che da mezzo secolo ad oggi ha fatto sì che un semplice quadrato di stoffa – il velo -, sia un simbolo, negativo e positivo, di una società lacerata e divisa.


 
L’Iran nell’arco di un solo ventennio è stato conteso da due regimi che hanno tentato di imporre con la forza costumi e religioni opposti l’uno dall’altro: prima il regime dello Scià, che negli anni ’60, guidato da una forte spinta di modernizzazione e simpatia occidentale, arrivò a vietare l’uso del velo (con grandissime proteste anche da parte delle donne) per accelerare il processo di europeizzazione del paese. Poi con la rivoluzione di Khomeini si fece strada il regime di stampo islamico, che a partire dal 1979 ha reso l’uso del velo obbligatorio e ha preso ogni possibile distanza dallo stile di vita proposto dall’Occidente.
 
Il risultato di queste due spinte opposte, dietro la facciata «religiously correct» imposta dal regime islamico, rappresenta ancora oggi una profondissima differenza sociale e culturale: tra la borghesia occidentalizzata che ha accolto la spinta dello Scià e ancora oggi sogna una società islamica moderna, ma che in pubblico è costretta a seguire i precetti religiosi imposti per legge dalla Repubblica Islamica (il divieto di bere alcoolici, la proibizione di qualsiasi contatto fisico, l’obbligo di indossare il velo per le donne) e le classi popolari e rurali, saldamente legate alle tradizioni islamiche, dove le donne non si limitano ad indossare il velo, ma mettono spontaneamente il chador o stringono il velo in bocca per coprire anche le guance.
 
Tra gli uni e gli altri la distanza è immensa, certamente molto più ampia di quella che separa la borghesia iraniana da quella occidentale. Il che rende impossibile parlare di una cultura iraniana comune.

Un Paese, dunque, ricco di forti contrasti: donne provenienti da famiglie e ambienti conservatori, avvolte nel tradizionale chador nero, si mescolano ad altre che indossano lo jiab, il foulard che copre i capelli ma che lascia scoperta parte dell’acconciatura, in aperta sfida al regime e ai guardiani della morale che si aggirano, in borghese, nelle strade del paese.
 
Nonostante queste restrizioni e con il rischio di violare la legge molte ragazze giocano la propria bellezza sul filo del rasoio: si truccano vistosamente, indossano scarpe col tacco, abiti dai colori sgargianti; i negozi di biancheria intima, soprattutto nei quartieri ricchi di Teheran, abbondano di capi super sexy.
 
Nei negozi e nei bazar vengono infatti esposti vestiti occidentali e abiti da sera scollati che a rigor di morale islamica possono essere indossati solo in presenza del marito in occasioni mondane, purché rigorosamente private.


 
Anche i giovani appartenenti alla buona borghesia della capitale, per divertirsi e per godere dei piaceri della vita, si ritrovano in case private, al riparo dal Grande Fratello del regime dando vita alle «feste private», dove sesso, droga, alcol e rock and roll la fanno da padrone.
 
Un’altra manifestazione palese della doppia morale che vige a Theran e nelle gradi città è la proliferazione delle operazioni di chirurgia estetica, molto in voga tra le persone benestanti: la rinoplastica, una delle operazioni più richieste, rasenta la mania tanto che nei quartieri e negli ambienti della «Teheran bene» è un tripudio di donne che esibiscono sul naso i cerotti post-operatori.
 
Si può dire che in Iran il Governo costringa le persone ad assumere una doppia personalità: quella domestica, trasparente, rilassata e conviviale, e quella pubblica, schermata di religione e moralismo, dove le relazioni umane sono ingessate, dove non è così semplice comunicare con le persone. Seguendo la più scontata ipocrisia tutto è permesso, salvo che non lo si faccia apertamente: «vizi privati, pubbliche virtù».
 

Tutto è vietato, ma tutto si può fare, in Iran. Se si è disposti a correre il rischio.
Un regime religioso in cui il sesso e il corpo sono tra i primi ad essere fortemente regolamentati e censurati.
 
In Iran, ad esempio, non esiste la prostituzione esercitata in maniera libera e palese, come in alcuni Paesi occidentali, ma esistono in compenso gli assurdi «matrimoni a tempo», ad appannaggio esclusivo degli uomini e che durano quanto basta per soddisfare legalmente i propri desideri con la prima donna disponibile.
 
Si tratta di agenzie matrimoniali create ad hoc in supporto alla legge islamica del ’79 che vieta e punisce gli appuntamenti amorosi e l’adulterio.
In Iran matrimoni vengono decisi dalle famiglie e alle donne non è permesso andarsene in giro a cercare l’anima gemella.
 

 
Un altro aspetto riguarda la condizione degli omosessuali: perseguitati dalla legge e braccati dalla polizia di regime, sono obbligati a nascondere la loro natura in quanto rappresenta un reato che prevede l’impiccagione. Dall’altra parte però l’Iran sta diventando la nuovo Eldorado per le operazioni di cambio di sesso, invece consentite dalla legge: «Teheran come la nuova Casablanca».
 
Nei locali e supermercati, si trova ogni genere di bevande senza alcool, ma alcolici e droghe sono facilmente reperibili al mercato nero e vengono consumati abitualmente nelle case private.
Sempre a proposito di divertimenti vietati, niente musica nei luoghi pubblici, a meno che non si tratti di musica tradizionali iraniana.
 
Proibiti dunque anche i locali da ballo, ma i giovani conoscono lo stesso a memoria le canzoni «peccaminose e diseducative» dei loro idoli di provenienza Occidentale.
 

 
Allo stesso modo anche internet è censurato, ma il modo per eludere la censura lo si trova sempre. Ad esempio Facebook è ufficialmente vietato ma ogni ragazzo sa raggirare i blocchi informatici in modo piuttosto rapido e usare così sul proprio telefonino applicazioni capaci di trovare partner occasionali e flirtare virtualmente.
 
Un altro evidente contrasto si riscontra percorrendo in automobile i centri urbani. Nonostante alcune città dispongano di semafori di ultima generazione, nessuno rispetta le norme di circolazione e sono all’ordine del giorno i veicoli contromano, motorini con intere famiglie a bordo, pedoni che attraversano le strade ovunque, automobili che vanno a tutta velocità: un caos dove nessuno vigila sulla sicurezza stradale.
 
Un altro dato che fa pensare è quello sulla scolarizzazione: in Iran non vi è l’obbligo scolastico ma è il Paese con il maggior numero di università nel Medio Oriente.
 

 
Dal punto di vista economico il mercato iraniano è dominato dall’industria petrolifera, totalmente statale, e un litro di benzina costa solo 20 centesimi, ma il settore automobilistico è privato, quindi possedere una automobile è ancora un lusso per pochi.
 
In Iran lo stipendio minimo mensile è di circa 170 euro, ma alcuni membri del governo sono pagati anche 3mila euro al mese. Il Paese sta vivendo un momento di crescita economica, il Pil è in aumento, l’inflazione è in calo, ma il costo della vita soffoca così tanto le famiglie al punto di farle scendere di nuovo per strada a mendicare. E poco importa se si rischia la pena di morte: vivere in Iran significa spesso dover sfidare la dura legge della Sharia per poter sopravvivere.
 
È inoltre un paese che vanta il triste record di esecuzioni in pubblico, veri e propri spettacoli a cielo aperto: dal 1988, secondo fonti giudiziarie iraniane, le condanne a morte eseguite per reati di droga sono state circa 10mila, circa tremila dal 2010 al 2016, secondo Iran Human Rights.
Tutti gli uomini iraniani dai 18 ai 21 anni sono tenuti a fare 21 mesi di servizio militare in polizia o nell’esercito.
 
Ma i veri paladini della difesa del territorio in Iran, anche per i turisti, sono i Pasdaran, le Guardie Rivoluzionarie private, che sono una specificità tutta iraniana e svolgono le stesse operazioni delle forze armate tradizionali con diversi apparati: terrestri, aerei, navali e missili.
 

 
Un capitolo a parte va dedicato a noi giornalisti: è infatti altamente sconsigliato entrare nel Paese con il permesso turistico per poi effettuare riprese o interviste, il rischio di essere scoperti comporta, come minimo, il sequestro di tutto il materiale e una bella lavata di capo.
 
In Iran vige sovrana la censura di stampa e per i giornalisti che la violano si aprono le porte delle peggiori carceri al mondo: nel suo recente rapporto sulla libertà di stampa, Reporters san Frontières lo colloca al 169esimo posto su 180, non molto sotto la Turchia.
 
Dal primo gennaio al 31 marzo del 2018 già 76 giornalisti italiani hanno subito minacce. È la stima di «Ossigeno per l’informazione», l’osservatorio il cui acronimo sta per «Osservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate» che si pone «l’obiettivo di accrescere la consapevolezza pubblica di questo grave fenomeno che limita la libertà di informazione e la circolazione delle notizie».
 
Secondo questa organizzazione nei primi tre mesi dell’anno si è registrato un incremento di 95 persone arrestate e il totale di giornalisti minacciati dal 2006 ha raggiunto quota 3.603.
 

 
 Da dove nasce l’Iran di oggi? 
Quando i nostri media si occupano di Iran, trattano quasi sempre tematiche politiche e di importanza strategica. Quasi nulla invece ci viene raccontato della gente comune, delle tradizioni e della cultura di questo Paese.
 
L’Iran è salito recentemente agli onori della cronaca per le questioni legate ai negoziati sul nucleare, per il timore di una possibile bomba atomica nelle mani del regime iraniano, in uno scacchiere internazionale già altamente esplosivo che vede il Medio Oriente in fiamme tra la guerra in Siria, la presenza sempre minacciosa dell’Isis e le storiche problematiche legate alla questione israelo-palestinese.
La regione è oggi coinvolta anche in un duro scontro all’interno del mondo islamico tra sciiti e sunniti e tra le due principali potenze regionali che li rappresentano: l’Iran, sciita, e l’Arabia Saudita, sunnita.
 
È in atto una vera e propria «guerra del petrolio», con l’Arabia Saudita che ha optato per tenere bassissimo il prezzo del greggio. Una decisione quella araba che ha, tra i suoi obiettivi, anche lo scopo di piegare l’economia dell’antica Persia, suo principale rivale economico.
L’economia iraniana si basa in gran parte proprio sull’esportazione del greggio e non può sostenere, a differenza dell’Arabia Saudita, un prezzo basso come quello attuale.
La crisi economica in Iran è dunque molto forte e a pagarne il costo è, come sempre, la popolazione.
 

 
Il momento cruciale per la storia dell’Iran è il 1979, anno della rivoluzione islamica: da allora il Paese è in guerra costantemente, a iniziare con quella contro l’Iraq, dal 1980 al 1988.
Un conflitto sanguinoso e disperato che mise a repentaglio la sopravvivenza del nuovo regime e del Paese stesso.
Il leader iracheno Saddam aveva pensato di poter approfittare della debolezza indotta dalla rivoluzione che aveva privato l’Iran dei suoi sostenitori naturali, in primis gli Stati Uniti. Secondo Saddam, l’esercito iraniano senza guida, senza rifornimenti e ricambi, senza armi sarebbe caduto presto.
 
Ma la guerra divenne per Teheran una guerra di popolo, una sfida all’ultimo sangue che ebbe l’effetto paradossale di rafforzare il nuovo regime degli ayatollah e dar loro una legittimità nazionale.
 

 
Da questo conflitto ne uscì un regime islamico militare molto più solido di prima, con i pasdaran (guardiani della rivoluzione islamica) divenuti un vero esercito parallelo a pieno titolo e legittimati dall’enorme contributo di sangue versato.
 
Le sofferenze patite hanno trovato un senso nel culto dei martiri, molto presente in tutte le città iraniane: fontane con acqua rosso sangue, monumenti e cimiteri dedicati ai giovani morti per la libertà.
Posto sotto embargo, senza alleati (a parte la Siria e per un po’ la Libia di Gheddafi), circondato da nemici, l’Iran ha sviluppato in tutti questi anni una «coscienza da assedio» che si è trasformata in rafforzamento del patriottismo da un lato e, in una versione missionaria e millenarista dell’Islam dall’altro.
 
Ma proprio tale susseguirsi di interventi militari, il sedimentarsi di guerre e di shock geopolitici, si rivolta oggi contro il regime dei mullah: troppo costoso l’intervento in Siria, difficile da spiegare alla popolazione come guerra patriottica.
 

 
La crisi economica, le ristrettezze, gli effetti a lungo termine di un embargo le cui ragioni si perdono nei decenni, l’austerità imposta dal governo, malgrado le speranze suscitate con l’accordo sul nucleare, la disoccupazione e i rincari: ci sono tutti gli ingredienti per l’esplosione della rabbia popolare.
 
Tuttavia si tratta di una rivolta senza leader e le Primavere arabe ci hanno insegnato a rimanere cauti davanti a tali rivolgimenti, soprattutto quando la matrice non è chiara.
Alcuni dicono che a soffiare sul fuoco siano i conservatori, battuti per due volte dal pragmatico Rohani. Altri sostengono che in ogni caso la base riformista si stia assottigliando per non aver dato risposte adeguate alle speranze dell’Onda verde del 2009.
 
Altri ancora vi leggono l’inizio della crisi del sistema religioso militare e politico costruito dai successori di Khomeini.
L’Iran si è trasformato così nel nemico numero uno degli Stati Uniti, e per osmosi appare all’Occidente come un covo di fanatici guerrafondai, una rassegna di orrori e un Paese pieno di insidie e pericoli.
 

 
Ma nonostante i contrasti sociali, economici e politici, l’Iran si rivela un bacino inesauribile di arte di grande bellezza e importanza per la comprensione del mondo antico e di quello contemporaneo.
Nella seconda parte del nostro racconto, conosceremo i protagonisti del mondo persiano e quello arabo-islamico.
Dai monumenti zoroastriani antichissimi alle moschee, bazar e cittadelle fortificate medievali, un viaggio nelle meraviglie della storia, partendo dalla capitale Theran fino a raggiungere Shiraz.
 
Nadia Clementi – n.clementi@ladigetto.it
(Il viaggio continua domenica prossima)

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