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Sul debito estero nessuno sconto

«I paesi africani che hanno contratto debiti che non saranno in grado di ripagare, soprattutto con la Cina, non dovrebbero aspettarsi di essere salvati da una nuova riduzione del passivo sponsorizzata dall’Occidente».

L’avvertimento è stato lanciato lunedì sera nel corso di una conferenza stampa a Pretoria dall’assistente segretario di Stato americano per gli affari africani, Tibor Peter Nagy, che ha ricordato che il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale nel 1996 al vertice del G7 a Lione, in Francia, lanciarono un’iniziativa a favore dei paesi più poveri fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, HIPC) per aiutarli a estinguere centinaia di miliardi di dollari di debito insostenibile.
«Dopo che negli ultimi 20 anni abbiamo reso possibile questa grande remissione del debito per molti paesi africani – ha aggiunto Nagy – l’area subsahariana del continente sta affrontando un’altra crisi del debito, come evidenzia un rapporto pubblicato un anno fa dal Fmi».

Nello studio citato dal diplomatico statunitense viene rilevato che circa il 40% dei paesi sub-sahariani a basso reddito della regione sta registrando una significativa crescita del livello di indebitamento, a causa di ingenti prestiti e deficit di bilancio. E Nagy ha sottolineato che l’amministrazione Trump non è disposta a operare un’altra riduzione del debito nei confronti degli stati africani, oltre a ribadire le critiche verso la Cina per aver spinto i paesi poveri a indebitarsi, principalmente attraverso prestiti per progetti infrastrutturali su larga scala.

Il responsabile del dossier Africa per la Casa Bianca ha inoltre avvertito che queste nazioni rischiano di perdere il controllo delle proprie attività strategiche se non saranno in grado di rimborsare i prestiti cinesi. A riguardo, Nagy ha anche ammonito sulla possibilità che la Cina ricorra alla “diplomazia della trappola del debito” per portare avanti la ‘Nuova via della seta’, un progetto strategico da 126 miliardi di dollari per collegare la Repubblica popolare via mare e via terra attraverso una rete di infrastrutture con l’Asia sud-orientale e centrale, il Medio Oriente, l’Europa e l’Africa marittima.

Il delegato americano per l’Africa ha quindi ricordato quanto accaduto nello Sri Lanka, dove nel 2008 l’allora presidente Mahinda Rajapaksa avviò la costruzione del nuovo porto di Hambantota. La città si trova nella punta meridionale dell’isola e oggi dovrebbe essere uno degli snodi marittimi della Nuova via della seta. Il prezzo dell’operazione, stimato in circa 360 milioni di dollari, è stato finanziato per oltre l’80% proprio dalla Cina. Le aspettative però sono andate deluse e il porto ha intercettato solo qualche centinaio di navi rispetto alle decine di migliaia che affollano l’Oceano Indiano. A niente sono serviti gli sforzi del nuovo presidente Sirisena per rilanciare l’infrastruttura e far fronte ai 6 miliardi di dollari di prestiti che lo Sri Lanka deve a Pechino, tanto che nel 2017 il governo è stato costretto a cedere per 99 anni la gestione del porto alla Cina.

Gli Stati Uniti hanno avvertito che il porto di Gibuti, posto all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez su una delle rotte marittime più trafficate del mondo, potrebbe seguire lo stesso destino. Anche se il governo cinese ha negato una simile prospettiva.

Secondo una ricerca della China Africa Research Initiative della Johns Hopkins University di Washington, dal 2000 al 2016, la Cina ha prestato circa 125 miliardi di dollari al continente, che rappresenta solo una parte minore del debito complessivo dell’Africa. In soli tre casi: Gibuti, Repubblica del Congo e Zambia, i ricercatori hanno rilevato che i prestiti cinesi sono il principale fattore di rischio del debito.

Pechino ha sempre respinto le critiche nei confronti dei suoi prestiti nel continente ricordando che gran parte dell’attuale indebitamento è costituito da prestiti commerciali contratti con istituzioni finanziarie occidentali o attraverso Eurobond a breve termine, che sono più onerosi da ripagare rispetto ai prestiti cinesi.

In più, andrebbe ricordato a Tibor Nagy che il rischio di indebitamento in Africa è un problema di lunga data e che i recenti aumenti del passivo sono dovuti principalmente alla crisi finanziaria e ai suoi effetti a catena. E questa potrebbe essere l’occasione propizia per l’Africa per contenere i rischi di indebitamento aggiunto.

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