mercoledì , Luglio 17 2019
Home / Africa / “Sodicane”: la conferenza a Milano sul randagismo come risorsa

“Sodicane”: la conferenza a Milano sul randagismo come risorsa

Al giorno d’oggi ho l’impressione che la conoscenza dei fatti e le conseguenti opinioni che ne derivano siano poco legate ale esperienze dirette, ma al sentito dire, a supposizioni e deduzioni non supportate dall’esperienza diretta che ha, appunto, “chi sa di cane“. Penso ci sia molta confusione sui social e gli schieramenti d’opinione che si generano, al pari di tifoserie calcistiche, sono più che altro mossi da stati emotivi estremi. Una cosa che rende veramente difficile – se non impossibile – un dialogo costruttivo. Per avere un’opinione in merito a qualcosa è necessario avere informazioni, conoscenza diretta, capacità critica e, soprattutto, la flessibilità nel riuscire ad ascoltare anche chi ha esperienze diverse dalla tua.È un argomento affascinate, soprattutto quando si scopre che il cane è un animale molto più complesso rispetto a quello che si è portati normalmente a crede. Se andiamo a vedere cosa significhi il termine “randagio” troviamo questo: di animale che vaga solo, senza padrone o fuori del suo branco [Vocabolario Treccani]. Ma questa definizione è molto generica se la applichiamo ai cani vaganti sul territorio, fenomeno frequente nel sud Italia, soprattutto. Ci sono infatti moltissime tipologie di “randagi” e da diverso tempo se ne tenta una classificazione con una nomenclatura condivisa. Cosa che ha una certa importanza, se ci pensiamo, perché nel momento in cui si arrivasse ad una classificazione condivisa si potrebbe anche arrivare a strategie di intervento e di gestione ad hoc per ognuna delle categorie. Ad oggi si tende a generalizzare molto. Proprio come nella definizione, traspare anche un significato di “solitudine” e “abbandono” o dal padrone o dal branco se si parla di animali selvatici, come per esempio i lupi. Ma il cane non è un animale selvatico, ma domestico. O no? Anche questo tema è al giorno d’oggi molto dibattuto, soprattutto perché si è portati a pensare al cane solo e soltanto come un “pet”, ma la realtà è ben più complessa.Dunque tento qui di riassumere una prima classificazione, emersa negli ultimi anni da colleghi e ricercatori che si sono interessati a questo tema che anche in ambito accademico sta riscuotendo molto interesse. Esistono cani vaganti che sono stati abbandonati dalla loro famiglia umana da poco tempo e che non sono in grado di cavarsela da soli, che non sono in grado di allacciare relazioni con altri cani sul territorio, mentre altri, nelle stesse condizioni, che però hanno un maggior potenziale di adattamento alla situazione, che sanno meglio integrarsi con altri cani. Ci sono poi i cani che sono stati abbandonati da molto tempo, che vivono sul territorio in equilibrio, che sono socializzati con le persone e non creano problemi a nessuno, ma che potrebbero non voler più stare a stretto contatto con le persone. Ci sono cani che sono nati in un branco, non socializzati con l’essere umano, che stanno in equilibrio con il loro gruppo famigliare sul territorio, ma si tengono alla larga dalle persone. Da queste considerazioni è emersa una nuova definizione di cani vaganti sul territorio, che forse ebbe la sua genesi da un testo molto importante, Dogs di Reymond e Lorna Coppinger (2001), nel quale si parla di “cani da villaggio”, ovvero cani che non hanno un proprietario, che non l’hanno mai avuto e nemmeno lo vogliono, ma che vivono nel contesto umano, più o meno socializzati con l’uomo e con le sue attività, tanto da prenderne anche parte, saltuariamente. La nuova definizione che si attribuisce ad una particolare categoria di cani sul territorio è “cani liberi”, dove per liberi si intende non dipendenti direttamente da un uomo.Ricordiamoci che moltissimi cani vaganti sul territorio arrivano da una casa, non sono molti quelli che nascono “liberi”: erano parte di una famiglia umana che ad un certo punto ha deciso di liberarsene. Quindi direi che una maggior conoscenza del cane e delle sue esigenze dovrebbe entrare nelle case di tutti, soprattutto se si è in procinto di prendere un cane, per fare scelte non dettate dall’impulsività ma più consapevoli. Purtroppo, a mio avviso, siamo però ancora molto lontani dal riuscire a fare informazione preventiva, anche se è ciò su cui io e altri colleghi colleghi stiamo dirigendo il nostro lavoro. Conoscere la realtà del randagismo è conoscere un’altra faccia del cane, forse quella più vera e meno artefatta dalle mode e manie dell’essere umano. Studiare come si comportano i cani in gruppo famigliare ci fa comprendere quanto raffinata possa essere la loro comunicazione, la loro capacità di coordinarsi, quanto siano profondi i legami affettivi tra di loro, che sono poi l’unico vero collante di un gruppo famigliare. Si possono comprendere maggiormente i reali bisogni di questa specie e aumentare esponenzialmente la nostra consapevolezza anche, se non soprattutto, nel costruire una profonda relazione con il nostro cane. La conferenza prende spunto da un’altro evento sul randagismo in cui io e altri relatori abbiamo partecipato alla Facoltà di Medicina Veterinaria di Bari, organizzato da Michele Minunno. L’intenzione è quella di riportare le tematiche che furono sollevate in quel contesto, almeno in parte, a Milano, aggiungendo altri contributi. I relatori di “Sodicane” sono: David Morettini, istruttore cinofilo, che da tempo si occupa del fenomeno delle staffette, del quale ci potrà mostrare i pro e i contro, vivendolo lui stesso quotidianamente collaborando con i canili in Toscana, una delle mete dei cani che transitano dal sud al nord. La dottoressa Elena Garoni, esperta di comportamento, ci parlerà delle problematiche che riscontra nel suo lavoro quando è chiamata ad intervenire su cani che hanno grosse limitazioni nell’adattarsi a contesti urbani molto complessi. Elena Iardella che ha fatto qualcosa di molto coraggioso: ci racconterà di come e quando ha deciso di trasferirsi proprio per i randagi dalla Toscana, dove è nata e cresciuta, nei pressi di Ragusa. Per me lei incarna il ponte tra nord e sud e ci può aiutare nella comprensione del fenomeno come è vissuto in Sicilia. Il professor Raffaele Mantegazza metterà in risalto il valore fondante dell’empatia per la società umana, soprattutto per le altre specie animali, base del comportamento altruistico e di comprensione dell’altro. Il dottor Gabriele Ferlisi, uno psicologo che si è appassionato alla tematiche del randagismo e della relazione d’aiuto, parlerà delle relazione d’aiuto e delle sue derive che si possono tradurre in vere e proprie patologie, come ad esempio il fenomeno dell’ “Animal Hoarding”  (ovvero la patologia d’accumulo compulsivo di animali). Sara Turetta di Save the Dogs, una vera combattente, ci racconterà direttamente la sua avventura, che dura da molti anni, nell’aiutare i cani e le persone in Romania. DavideMajocchi, regista del documentario “No Pet”, questa volta interverrà come testimone della vita dei cani nel Sud dell’Africa e sulla stessa scia ma con competenze strettamente giornalistiche ci sarà anche DianaLetizia, responsabile della redazione online de Il Secolo XIX, che mostrerà i suoi documentari con testimonianze dirette di chi opera sul campo in realtà come Taghazout, in Marocco, e nel Territorio de Zaguates in Costa Rica. Taghazout, storie di umani e cani: il web docIn prima istanza credo di poter attribuire ai Social network il maggior contributo all’esplosione dell’argomento a livello sociale. Spesso però si scambia la diffusione di un tema con la conoscenza del tema stesso. I social hanno una grande forza nel far emergere una questione, ma non è detto che chi li utilizza lo faccia per fare vera informazione. Penso che le persone oggi più che ieri possano informarsi sull’argomento, ma credo che pochi lo facciano. Sul web si trova di tutto e il suo contrario, quindi si è spinti a seguire il filone nel quale ci si sente più comodi. Quindi penso che in generale non ci sia a livello sociale una maggior cultura sul fenomeno randagismo, piuttosto mi pare che vi siano nuove emergenze, nate proprio dall’uso dei social, nuove problematiche che si vanno ad aggiungere a quelle già esistenti, non a sostituirle. Ciò che io e i miei colleghi cerchiamo di fare così è informare correttamente. Posso a tal proposito citare il mio progetto CANILE 3.0 On the Road, nel quale mostro la realtà dei canili, attraverso dei documentari, lasciando che le persone si facciano una loro opinione su come stanno le cose. Ho scelto di non comparire, infatti, e di non commentare io direttamente le immagini. È naturale che il mio punto di vista traspaia dal mio lavoro, ma cerco di interferire il meno possibile perché vorrei che fosse la realtà dei fatti a parlare direttamente alle persone.

Leggi Anche

Francia, costretti a dimettersi per aver pubblicato foto di caccia in Africa

Se un tempo uccidere fauna selvatica e mostrare pubblicamente le foto dei propri trofei di …