Home / Americhe / Prezzi impazziti e negozi vuoti: così si sopravvive in Venezuela
Prezzi impazziti e negozi vuoti: così si sopravvive in Venezuela

Prezzi impazziti e negozi vuoti: così si sopravvive in Venezuela

La giornata di Maria Grazia Tumino e delle sue figlie inizia la mattina presto, con una preghiera. Appena salite in macchina, prima di uscire dal garage del loro appartamento a Concresa, in quel che fino a qualche tempo fa era un quartiere della classe media come tanti altri, si prega insieme perché non scoppi una gomma, che poi sarebbe impossibile cambiarla. Che nessuno si ammali, che le medicine non ci sono. Che le ragazze riescano finalmente a ritirare il passaporto, prima che fare i documenti costi ancora di più, che al tramonto si possano ritrovare tutte e quattro a casa, sane e salve. Fuor di metafora. «Noi non viviamo, noi sopravviviamo – sospira Maria Grazia dopo aver schivato, inorridita, un cumulo di immondizia dove banchettano centinaia di uccelli -. Eravamo una famiglia normale, non ricca ma benestante, come tante. Tutti gli anni andavamo in vacanza, in Europa e negli Stati Uniti. Adesso anche fare la spesa è un’avventura. Capisco che le ragazze vogliano andarsene, è una storia che si ripete. I miei genitori sono arrivati dalla Sicilia in Venezuela in cerca di fortuna, ora tocca a loro». Valentina è una grafica, presto si sposerà con il suo fidanzato: appena riusciranno ad avere tutti i documenti e mettere insieme i soldi per il viaggio, inizieranno una nuova vita in Argentina. Fabiola è una psicologa, lavora con i bambini autistici e vuole restare a Caracas per continuare ad aiutare anche chi non ha nulla e non può permettersi un aiuto per i figli. Letizia è la più piccola, ecco perché non ha fatto in tempo a laurearsi ed è stata costretta a lasciare l’università. Lavora in un call center e sta cercando un impiego da ragazza alla pari in Europa. Non è troppo importante dove.  

 

Mercato nero e ore in coda, il risultato della rivoluzione socialista
 

Anche se non ci sono dati ufficiali, si parla di milioni di cittadini venezuelani in fuga da un Paese sull’orlo della catastrofe e da un’economia irrimediabilmente distrutta: nel 2017 l’inflazione ha raggiunto il 3mila per cento, la più alta del mondo. Per chi vive in Venezuela il cambio è garantito: 500mila bolivares valgono più o meno 5 dollari. Se si applicasse il cambio ufficiale, i prezzi schizzerebbero a cifre folli. Lo stipendio medio sta sugli 800mila bolivares, quello minimo a 250mila. Un chilo di zucchero ne costa 125mila, quando e se si trova. Secondo il quotidiano venezuelano El Nacional a una famiglia di quattro persone servono oltre 13 milioni di bolivares al mese. Nel 2005 le aziende private di telecomunicazioni, cemento, acciaio ed energia sono state espropriate. Poi è toccato ai produttori di carta, riso, carne, caffè, tessuti, zuccherifici e centri commerciali. Nei quattordici anni del governo di Hugo Chavez quasi quattro milioni di ettari di terreno sono stati espropriati, almeno sulla carta, per incentivare la produzione agricola. La rivoluzione socialista ha però ottenuto un risultato assolutamente opposto: in Venezuela non si produce più nulla, l’unica azienda che in parte resiste con una produzione nazionale è la Polar, il birrificio della famiglia Mendoza nata nel 1941. 

 

Il venezuela devastato dal chavismo, di Maurizio Molinari  

 

Nel centro commerciale di La California, dove Maria Grazia lavora nell’amministrazione di una fondazione carismatica, i negozi non vendono nulla, ma restano aperti lo stesso: i commercianti non sanno che altro fare se non esporre sugli scaffali tutto quel che è rimasto in magazzino. Nelle farmacie non ci sono più medicine, chi ha bisogno di una cura si deve arrangiare al mercato nero o ingegnarsi per farle arrivare dall’estero, magari nascoste nella posta. Negli ospedali manca il sangue per le trasfusioni, l’elettricità va a singhiozzo. Lo stesso vale per i ricambi delle auto: niente più gomme, batterie e anche cambiare l’olio è un problema. I venezuelani sono un popolo in coda. Bisogna aspettare ore per trovare posto in uno degli autobus che viaggiano tra le città venezuelane, sempre più rari e costosi. Per le banche, dove non si può ritirare più di 20, 30 mila bolivares per volta, per comprare il pane. «Per andare al supermercato ognuno di noi ha dei giorni assegnati in base agli ultimi numeri della carta d’identità. Non si sa che cosa arriva, ma si va lì sperando di trovare riso, sale, farina di mais e pasta. Se sei fortunato, ti tocca il turno del lunedì, quando arrivano i rifornimenti – spiega Maria Grazia -. E bisogna stare attenti ai bachaquero. Arrivano mentre sei in coda, ti minacciano con un coltello o una pistola. Prendono il tuo posto, rivendono al prezzo più alto al mercato nero. Che cosa si può fare? Spesso si torna a casa a mani vuote».  

 

Caracas, (Ap Photo, Rodrigo Adb)  

 

Se la colpa è dei portoghesi e la soluzione il Petro 

Lo scorso Natale Nicolas Maduro ha promesso un maiale per ogni famiglia venezuelana, ma non è arrivato nulla, così il governo ha spiegato che la colpa è dei portoghesi, che hanno dirottato il bastimento carico di animali. La retorica della rivoluzione socialista rimbomba a reti unificate nelle trasmissioni radio e nelle tv di Stato. Per il governo la colpa degli scaffali vuoti è dei proprietari dei supermercati, per lo più portoghesi, che vorrebbero guadagnare sempre di più. I prezzi sono impazziti per colpa della g
uerra economica degli Stati Uniti, il crollo del petrolio è una cospirazione internazionale. Ma lo scorso ottobre la Pdvsa, la compagnia petrolifera Petroleos de Venezuela, ha estratto appena 1,86 milioni di barili, il minimo degli ultimi trent’anni. La qualità del greggio peggiora, non c’è manutenzione degli stabilimenti e la compagnia è insolvente. Il numero di trivelle si è ridotto a trentanove, nel 2016 erano più di cento. Il petrolio è la benzina degli ambiziosi programmi sociali del governo chavista: il blocco della produzione segnerebbe il tracollo dell’economia venezuelana, considerato che rappresenta oltre il 90% delle entrate del governo. Con il programma Gran Mision Vivienda il governo dal 2011 a oggi ha costruito quasi due milioni di appartamenti tra i palazzoni governativi di Fuerte Tiuna, Ciudad Caribe, Barrio Nuevo e Barrio Tricolor e gli altri alloggi popolari, decorati dalla firma oppure dagli occhi di Hugo Chavez. Le parole e il volto di Chavez sono ovunque, tanto che i venezuelani ne parlano al presente come se non fosse mai morto. Continuano le distribuzioni mensili di alimenti, la cosiddetta clap, e i bonus economici per chi si registra con il Carnet de la Patria. La propaganda del governo parla di 8 milioni di tesserati.  

 

Gli occhi di Chavez, Caracas (Ap Photo, Ariana Cubillos) 

 

«Con la più alta tecnologia del mondo creeremo il Petro, la prima criptomoneta con il valore legato alle riserve nazionali di petrolio e di minerali preziosi – salmodia in tv e alla radio Nicolas Maduro -. Con la nostra criptomeoneta il Venezuela potrà realizzare operazioni finanziarie dentro e fuori il Paese, senza il controllo di Washington». L’idea è sostituire il contante, anche nelle transizioni di tutti i giorni. È stato anche nominato un sovrintendente nazionale per la criptomoneta, Carlo Vargas. Il messaggio è: la ricchezza che abbiamo noi venezuelani deve restare in Venezuela.  

 

A contribuire alla follia dei prezzi è anche lo Stato. Gli stipendi di chi lavora per il governo vengono ritoccati nel vano tentativo di stare dietro all’inflazione, quelli dei privati invece no. Un viaggio in metropolitana costa 16 bolivares, con una delle – rare – navette statali sono 700, con i bus privati, che sono ancora la stragrande maggioranza, si deve moltiplicare almeno per cinque. Lo stesso accade con i giornali, 200 bolivares per il Correo de Orinoco, l’artilleria del pensamiento della rivoluzione, 8mila per El Nacional, l’unico dell’opposizione. Anche il turismo è distrutto. La gran parte delle compagnie internazionali non volano più su Caracas, i viaggi nelle meravigliose spiagge di Los Roques sono spazzati via dall’insicurezza e dall’economia folle. Se infatti l’incauto turista paga con carta di credito, il cambio non è quello del mercato parallelo, ma quello ufficiale: con i prezzi gonfiati a dismisura dall’inflazione, diventano una meta follemente cara. Anche le spiagge e gli yacth club de La Guaira, meta amata dai benestanti, sono ormai deserte.  

 

Nelle roccaforti della rivoluzione dove resiste il sogno di Chavez, di Nadia Ferrigo  

 

La comunità italiana, dal «Dame Dos » alla quotidianità da reclusi 

Nel 1956 Romilda Paturzo lasciò Genova per raggiungere il marito, innamorato del clima benedetto e della ricchezza di Caracas. Quando la nave attraccò al porto di La Guardia lei stava a prua, accanto al capitano. Aveva 24 anni e una bimba di otto mesi, la prima cosa che vide fu un’immensa distesa di baracche arrampicate sulla collina. «Non si preoccupi signora, non è nulla», minimizzò lui. «Io non scendo», ribattè lei. Più di cinquant’anni dopo, la signora Romilda non ha perso il suo accento genovese e ancora si chiede perché mai ha dovuto lasciare l’Italia. Vive da sempre a Trinidad, uno dei quartieri più ricchi della capitale del Venezuela. Per ricordare i viaggi negli Stati Uniti con il bolivares più forte del dollaro, Romilda ricorda una vecchia battuta: «Barato. Dame dos», «Costa poco, dammene due». 

 

Caracas (Ap Photo, Ariana Cubillos) 

 

La Svizzera dell’America del Sud si è trasformata in una metropoli che si svuota al tramonto. Per strada restano solo i mucchi di immondizia, coi disperati che cercano qualche cosa per mangiare e bere. Tutti gli altri, chiusi in casa. «La sera è impossibile uscire – sospira la signora Romilda -, quest’anno abbiamo festeggiato la notte di Capodanno a mezzogiorno». Nel suo quartiere hanno rubato tutto, anche le lampadine dei lampioni sul sagrato della chiesa. La scuola cattolica sta chiudendo, perché le rette sono troppo alte e pochi se le possono permettere. «Io ho la pensione di reversibilità di mio marito – conclude -. Tantissimi campano grazie ai parenti che vivono all’estero e guadagnano in dollari o euro». «Mai andare in giro con dei gioielli, mai tirare fuori lo smartphone» aggiunge Vanessa P., giovane odontotecnica. Suo fratello vive in Spagna, lei vorrebbe restare con i suoi genitori, ma se nulla cambia sarà costretta ad andarsene. «Chi se lo può permettere esce, ma con la scorta. Nelle scorse settimane hanno rubato nove macchine, parcheggiate fuori da un ristorante. Per sapere che succede, dobbiamo seguire account anonimi su Twitter e Instagram, perché il governo su questo non dice nulla». Anche Las Mercedes, quartiere chic dei ristoranti e dei locali, è mezzo vuoto. «Cambio il menu tutti i giorni, per adeguarmi i prezzi di quel che devo comprare fuori dal paese – racconta Raphael, ristoratore spagnolo proprietario dell’Hereford Grill, in Venezuela da 45 anni -. I turisti non ci sono più, le persone che si possono permettere un pranzo fuori sono sempre meno. Solo chi guadagna in dollari o euro». 

 

Chi può, scappa. Chi resta, sopravvive
 

Anche se il governo pare disinteressarsi del grande esodo del popolo venezuelano, i giornali dell’opposizione parlano di circa quattro milioni di persone fuggite all’estero negli ultimi anni. Lasciare il Paese non è un’impresa facile. Le compagnie aeree internazionali non volano più su Caracas, le tratte rimaste hanno costi proibitive e sono vuote, proprio come l’aeroporto. Così in tanti attraversano a piedi il confine con la Colombia, accanto a chi fa il viaggio in giornata, solo per andare a comperare qualcosa da mangiare. Chi decide di trasferirsi, come la famiglia di Luana Tassoni, prova a vendere tutto, appartamento compreso. Anche se trovare qualcuno disposto a comprare è quasi impossibile. «A inizio marzo con mia figlia Erika e suo marito Carl raggiungeremo i nostri parenti a Milano – racconta, circondata da pile di documenti e scatoloni destinati ai mercatini -. I ragazzi sono abbastanza giovani per costruirsi una nuova vita. Io sono una segretaria, ma posso fare qualunque altra cosa. Dobbiamo scappare, perché questo è un Paese senza futuro». 

 

Caracas (Ap Photo, Ariana Cubillos) 

 

Resta chi non ha nessun posto dove andare, resta chi continua ad aiutare gli ultimi.  

Padre Armando Janssens, 79 anni, belga e padre Vincente Mancini, 81 anni, italiano, vivono in Venezuela da più di quarant’anni. Il primo è a capo del Cesap, organizzazione di ispirazione cristiana nata nel 1994 che si occupa di sviluppo sociale, il secondo della Fundacion El Buen Samaritano, che accoglie bimbi orfani , malati di Aids e senzatetto. Tutte e due le associazioni si occupano di distribuire pasti nei barrios più poveri, come Petare, e concordano: «Non ci possiamo più permettere la zuppa con la carne. Solo verdure, se va bene un uovo. Non è una soluzione, ma un gesto di presenza, di amore cristiano, poco efficace per cambiare le cose». La Cesap, oltre a programmi di microcredito e sostegno per imprenditori e agricoltori, ha inaugurato da poco un servizio di «sostegno per il dolore» e assistenza psicologica, pensato per sostenere le tante persone che hanno perso una persona cara o che soffrono per la situazione di incertezza e difficoltà che il Paese sta attraversando. «Le persone hanno bisogno di sfogarsi, di speranza, di qualcuno che le possa ascoltare – conclude padre Vincente -. Non c’è bisogno solo di sostegno economico, ma di dialogo». «C’è un programma che mi sta molto a cuore, si chiama “Gente Propone” – spiega padre Janssens -. Sono gruppi “di quartiere” dove cerchiamo di tenere insieme persone dell’opposizione e del governo. Non si parla di politica, ma dei problemi che hanno nella loro comunità. Il nostro ruolo è far si che tra loro ci sia una conversazione, non una discussione. Bisogna impedire che il tessuto sociale del nostro Paese, così tanto danneggiato, si sfasci del tutto».  

 

Caracas (Ap Photo)  

 

Il governo di Maduro ha indetto le prossime elezioni presidenziali per il 22 aprile. Lo sfidante sarà Rafael Ramirez, chavista ed ex capo del colosso del petrolio Pdvsa. Per tutti, le elezioni saranno poco più che una farsa. «A cosa serve andare a votare? La corruzione sta da tutte e due le parti, Ramirez è da sempre colluso con il governo». Scuote la testa desolato Alejandro, studente al secondo anno della facoltà di scienze politiche. La Città universitaria di Caracas è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità nel 2000, ma ora i prati sono pieni di erbacce, le aule mezze vuote. Gli studenti di farmacia e medicina non possono più andare in laboratorio, perché mancano i reagenti chimici. Anche se la tassa di iscrizione è molto bassa – circa 600 bolivares l’anno – i costi, gonfiati dall’inflazione, sono proibitivi. Per fotocopiare una pagina, servono 1000 bolivares. Per un libro intero, ci vuole uno stipendio, così ci si arrangia studiando sui Pdf. Lo scorso anno centinaia di studenti sono scesi in piazza a protestare, ma la repressione della polizia è stata feroce, con morti, feriti e arresti. «Tradizionalmente l’università è la roccaforte del pensiero rivoluzionario. Ma il pensiero di Chavez è stato tradito. Metà degli studenti ha lasciato i corsi, scappano anche i professori. Ho dei compagni di classe che saltano i pasti per far mangiare i fratelli più piccoli. I leader delle proteste dello scorso anno sono scappati, noi siamo rimasti. Per cosa dovremmo protestare? Per farci ammazzare?». «Votare vuol dire legittimare questo governo – ribatte Ana, studentessa al terzo anno di diritto -. Ma senza un processo elettorale trasparente e dei veri candidati, non si può parlare di democrazia. Questa è una dittatura».  

Leggi Anche

Ridurre il traffico veicolare, nuovo studio

Ridurre il traffico veicolare, nuovo studio

Un team di ricercatori dell’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Iit) …