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Piero Busi, sindaco di Valtorta da 59 anni: «Ma alle prossime elezioni lascio»

Non è il caso di farsi ingannare troppo dal tempo. Sul personaggio è sceso un velo di tenerezza.

I ricordi a tratti sbiadiscono, le ginocchia non sono più quelle di una volta. Ma poi un lampo accende lo sguardo ed è il solito Piero Busi, che ti spiazza con una battuta e ti liquida senza i nomi che non vuole fare o i giudizi che non vuole esprimere.

A quasi 86 anni è sempre lui, anche ora che sta seduto in un bar di città, affacciato verso l’orizzonte lasciato libero dalla Curva Nord. E non alla scrivania del Don Palla o ai comandi della sua Valtorta circondata dalle vette.

Comunque, ha un senso raccontarlo qui. Dal matrimonio in avanti Busi ha sempre vissuto a Bergamo e questo aggiunge sale alla storia.

Ha mantenuto in piedi la «dittatura» in valle — a lui piace chiamarla così — macinando milioni di chilometri e chissà quante ore in coda a Zogno. Lo fa ancora, in pullman.

«Ci fossi stato io, la variante sarebbe stata pronta nel 2014», butta lì. Ed è vero che è un altro mondo rispetto a sessant’anni fa, ma il dubbio viene.

Il 26 maggio, lascia la fascia da sindaco indossata per la prima volta quando aveva 27 anni e mai, mai smessa, nemmeno quando la legge gli ha imposto di saltare un mandato.

È bastato inventarsi la carica di sindaco ad honorem e il Consiglio comunale ha votato.

«I rapporti umani» sono il suo segreto e la sua specialità. Dice che ha risolto tutto così, lavorando i fianchi di chi non gli ha mai fatto mancare l’unanimità: «I consiglieri cambiavano, ma poi li facevo cambiare io».

Oppure coltivando i politici che lo toglievano dai guai, la vecchia Dc che è stata il suo partito. C’erano Leandro Rampa e Filippo Maria Pandolfi quando Busi mise a segno il capolavoro che farebbe impallidire ogni leghista.

Negli anni Sessanta Valtorta non aveva fogne né lampioni. Ma soprattutto mancava un ponte che collegasse il paese con le frazioni.

«I bambini andavano a scuola usando i sentieri, anche d’inverno, nella neve. Allora feci i lavori prima di avere i soldi», racconta come se parlasse di una marachella.

Centodieci milioni di lire, recuperati in extremis, a cantiere già avviato, dalla Cassa del Mezzogiorno. Fatto.

Come l’ospedale di San Giovanni Bianco. Come, negli anni al timone della Comunità montana, le gallerie di Piazza Brembana.

Come il giardino sensoriale per i malati di Alzheimer nella casa di cura Don Palla, a Piazza Brembana, della cui fondazione è presidente. Ultima opera realizzata con fondi 2016 del Bim (Bacino imbrifero montano).

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