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Peste suina: identikit del virus che sta devastando gli allevamenti ... - Viaggi News
martedì , dicembre 11 2018
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Peste suina: identikit del virus che sta devastando gli allevamenti ...

Peste suina: identikit del virus che sta devastando gli allevamenti …

(foto: Pixabay)

Arriva dall’Africa, in Cina ha già costretto ad abbattere decine di migliaia di capi di bestiame, e da pochi giorni è sbarcata anche in Belgio. È la peste suina africana, una malattia virale che colpisce cinghiali selvatici e suini. Una vecchia conoscenza a ben vedere, soprattutto per l’Italia, dove la peste è endemica da anni in Sardegna, ma che nei giorni scorsi è stata protagonista delle cronache veterinarie e di economia non solo nella lontana Cina, ma anche, di nuovo, dalle nostre parti. Se era già presente e se conosciamo la malattia da anni, cosa l’ha riportata agli onori della cronaca? L’effetto sorpresa e la paura che possa diffondersi tra i maiali, con ripercussioni pesanti sulla salute degli animali e quindi sull’economia degli allevamenti e dell’industria della carne.

Nb. la mappa non è aggiornata con i casi segnalati in Cina (Efsa/Esri)

La peste e il virus
A sorprendere gli addetti ai lavori è stata la segnalazione del virus all’interno di alcuni cinghiali selvatici nella zona di Etalle, non lontano dal confine con la Francia e il Lussemburgo.

“Questa segnalazione ha creato il panico, non perché si tratti di una minaccia per la salute umana – ricorda Gian Mario De Mia, responsabile del centro di referenza nazionale per le pesti suine presso l’Istituto zooprofilattoco sperimentale dell’Umbria e delle Marche – perché, lo ricordiamo, il virus non infetta gli esseri umani e non abbiamo indizi che possa farlo. Ma se è innocuo per noi non lo è affatto per cinghiali e maiali”. Il virus alla base della malattia (African swine fever virus) è altamente contagioso, si diffonde rapidamente (per contatto tra gli animali suscettibili o con oggetti contaminati dal virus, ingestione di cibo infetto e in misura minore dai morsi delle zecche del genere Ornithodoros) ed ha una mortalità elevata. Può causare manifestazioni diverse: da eritemi, pelle cianotica, problemi respiratori, febbri intermittenti a morte improvvisa. E soprattutto, malgrado gli sforzi della ricerca, non esiste ancora un vaccino contro la peste suina africana.

L’arrivo in Belgio
“Potevamo aspettarci una progressione del virus attraverso gli animali selvatici, che ripercorresse anche la geografia della distribuzione della peste suina africana – riprende De Mia – invece il virus sembra aver compiuto un balzo: non è stato segnalato infatti in Germania, e ora l’identificazione in Belgio non sappiamo come possa aver avuto origine”. Le ipotesi in ballo, spiega l’esperto, chiamano in causa le modalità note di trasmissione del virus, quelli che coinvolgono la trasmissione diretta ma anche quella indiretta, ovvero per mano umana attraverso il trasferimento di carni e prodotti di salumeria infetti, per esempio. Anche l’Agenzia belga federale per la sicurezza della catena alimentare non esclude infatti che dietro gli ultimi casi registrati in Europa possa esserci il contributo umano, tramite cibo avanzato contaminato, proveniente da zone infette, lasciato da alcuni viaggiatori. Così anche il solo trasporto da una zona all’altra di un panino può diventare una via di trasmissione, anche in territori non confinanti e non interessati direttamente dal movimento degli animali ospiti. Per dire, anche la corretta gestione degli avanzi di cibo degli aerei rientra nelle misure di sicurezza.

La prossimità dei casi segnalati con i confini del paese ha messo in allarme anche le nazioni confinanti, come la Francia. “Finché rimane confinato negli animali selvatici non è così pericoloso per l’economia – continua De Mia – il problema si presenta quando arriva negli animali domestici”. In questo caso infatti il rischio di perdere gli animali e le attività economiche correlate, esportazioni comprese, potrebbe essere pesante per i paesi colpiti e in misura ancora più diretta per gli allevatori di maiali. Al momento l’emergenza in Belgio, dove l’unica epidemia di peste suina africana risaliva ad oltre 30 anni fa, è quella dell’identificazione dei cinghiali infetti e il loro confinamento, con divieto di caccia, transito nelle zone incriminate cui dovrebbero seguire attività di eliminazione degli animali. “La procedura, una volta stabilita la presenza della malattia, è questa: notificato il focolaio, la zona interessata finisce sotto sequestro, si crea una zona cuscinetto e si prosegue con l’abbattimento degli animali”, ammette De Mia. In Belgio sono state già stabilite anche delle misure per la gestione degli allevamenti di maiali. L’allarme, o quando meno la vigilanza, si sono potenziati anche altrove in Europa alla notizia: “In seguito agli ultimi episodi per esempio in Italia sono attivi sia iniziative di sorveglianza passiva, ovvero per cui qualunque cinghiale trovato morto viene trattato come un potenziale sospetto e controlli alla frontiere su campioni di animali vivi o cibi che provengono sai paesi in cui la peste è stata segnalata”, aggiunge De Mia.

Il caso Sardegna
Se per lungo tempo il virus è stato confinano al continente africano con escursioni poi eradicate, da circa una decina d’anni è comparso nelle regioni caucasiche, interessando quindi anche Ucraina, Russia, Bielorussia, la Lituania e la Polonia. “Prima di allora era presente da tempo in Sardegna – ricorda De Mia – dove la peste è presente tutt’ora, anche se sono stati fatti notevoli passi avanti negli ultimi anni, e i focolai sono diminuiti sensibilmente rispetto a quelli segnalati in passato”. Malgrado gli sforzi del governo però la peste non è ancora stata eradicata, come segnalano i bollettini pubblicati sul sito del progetto per l’eradicazione della peste suina della Regione. “La Sardegna ha delle caratteristiche particolari che complicano l’eliminazione della malattia, come la diffusione del suino allo stato brado, anche se si tratta di una pratica vietata dalla leggi”, riprende l’esperto, “Questo ancora oggi è uno dei principali fattori di rischio nella persistenza e diffusione della malattia”.

Il caso Cina
L’ultimo bellettino reso disponibile dall’Organizzazione mondiale della sanità animale (Oie-World Organisation for Animal Health) riassume la situazione che sta interessando dagli inizi da agosto la Cina. A causa della peste suina africana sono infatti stati abbattuti e smaltiti oltre 40 mila suini. Lo scorso anno la Fao aveva rilasciato un’analisi sul rischio di peste suina africana proprio in Cina, all’indomani dell’identificazione di alcuni focolai in Russia, in una regione non lontana dal confine con la Repubblica popolare cinese. Nel rapporto, infatti, venivano identificate alcune delle regioni più a rischio che corrispondono ad alcune in cui effettivamente in questi mesi è stata segnalata la peste. A preoccupare allora, come oggi, era il fatto che la Cina ospitasse circa metà della popolazione di maiali presenti al mondo e che fosse tra i paesi dove si registrano i più elevati consumi di carne di maiale. La minaccia della peste suina è un pericolo non solo per la salute e l’industria del maiale – dal valore di 128 miliardi di dollari, riferisce Bloomberg – , ma anche per la diffusione del virus nel Sudest asiatico.

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