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Migrazioni fuori dall'Africa: un'origine più antica di almeno ventimila ...

Migrazioni fuori dall’Africa: un’origine più antica di almeno ventimila …

Un osso, un singolo osso fossilizzato di un dito. Un piccolo reperto con un valore enorme, che potrebbe contribuire a riscrivere la storia delle prime migrazioni della nostra specie, anticipando la data delle prime dispersioni fuori dall’Africa e dalla regione mediterranea del Levante (fascia costiera che va dall’odierno Egitto alla Turchia). È questa la scoperta che Groucutt e colleghi, del Max Planck Institut di Jena in Germania, hanno realizzato durante i loro scavi nel sito archeologico di Al Wusta, nei pressi del deserto di Nefud in Arabia Saudita. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Ecology Evolution.

Il reperto, lungo 3,2cm, è stato confrontato con ossa omologhe di umani moderni, Homo neanderthalensis, ominini fossili (ad esempio del genere Australipithecus) e primati non umani odierni. Dal confronto biometrico, con tomografia computerizzata, è emersa un’affinità con i valori misurabili in umani moderni, portando a escludere con ragionevole certezza l’appartenenza del fossile a specie diverse da Homo sapiens, e dalla datazione radiometrica è emersa un’età compresa tra i 96 gli 85 mila anni fa.

Fino ad oggi si pensava che l’uomo moderno non avesse oltrepassato le foreste del Levante Mediterraneo almeno fino ai 65 mila anni fa. Quelle foreste avrebbero rappresentato una barriera ecologica, oltre le quali si sarebbe estesa l’arida e secca penisola araba. In realtà era già noto che, ciclicamente, la regione araba sarebbe stata interessata da periodi monsonici, che ne avrebbero fatto una regione abbastanza umida, adatta ad essere attraversata da diverse specie animali (si veda questa pubblicazione). Uno di questi cicli inizierebbe proprio 85 mila anni fa. Con questo ritrovamento, quindi, si mostra che l’area è stata attraversata da H. sapiens almeno 20 mila anni prima di quanto ipotizzato finora. Assieme alla falange umana sono stati ritrovati frammenti di pietre lavorate, fossili di diatomee ed erbivori appartenenti ai generi Hippopotamus, Pelorovis e Kobus, mammiferi tipici di ambienti temperati o semiaridi e tutti con datazione paragonabile al fossile umano. Da ciò la deduzione che ai tempi del nostro antenato il sito fosse occupato da corsi d’acqua e laghi, in ambiente semiarido ma con piogge stagionali.

Questa scoperta è solo l’ultima di una serie di ritrovamenti che stanno retrodatando origine e storia migratoria della nostra specie. D’altronde, recentemente erano già stati proposti modelli alternativi alla visione classica, secondo i quali l’uomo moderno sarebbe arrivato nel sud est asiatico 73.000 anni fa, (Pikaia ne ha parlato qui)e lo scenario delineato dallo studio di Groucutt sarebbe coerente con questa idea.

Proseguendo, nel 2017 con l’analisi morfologica e la datazione di fossili umani rinvenuti a Jebel Hiroud, in Marocco, è stata ipotizzata la presenza di H. sapiens almeno 300 mila anni fa, 100 mila anni prima di quanto ritenuto valido fino ad allora (Pikaia ne ha parlato qui). È infine all’inizio di quest’anno che sono stati resi noti i ritrovamenti di fossili di uomo moderno nella grotta di Misliya, in Israele, che datati 220 mila anni sono, ad oggi, i resti più antichi attestanti la presenza umana in medio oriente, anticipando di 50 mila anni le stime precedenti (Pikaia ne ha parlato qui).

Scoperte che possono aprire nuovi scenari e cambiare radicalmente la nostra visione e la nostra comprensione delle migrazioni umane, dall’alba della nostra storia.

Riferimenti:
Groucutt et al., 2018.  Homo sapiens in Arabia by 85,000 years ago. Nature Ecology and Evolution.

Immagine : Credit: Ian Cartwright

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