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Medjumbe, 12 ville, 30 ospiti, qualche balena: il prossimo paradiso è alle Quirimbas

Quando Mario, il pilota portoghese, si spazientisce e con una virata decisa avvisa che non intende restare a corto di carburante, sull’elicottero capiamo che dobbiamo lasciarle andare. Sono in due e procedono testa contro testa senza uno schizzo, un’onda, un rumore. Senza fretta, piano verso l’Antartide.
Balene, in viaggio. La madre («Sarà 18 metri») guida il figlio («Circa 6, un neonato, ha circa un mese e mezzo») spingendolo piano con il muso perché è stanco. Il mare è piatto, fermo e trasparente come una lastra di vetro, la costa al largo di Pemba piena di strisce, isolotti, foreste di mangrovie che emergono come da una mappa antica della colonia portoghese. Un tempo qui c’erano solo militari e missionari. Non è cambiato molto.

Sull’aereo da Johannesburg, la via migliore per arrivare dall’Italia nel Nord del Mozambico (South African Airways, via Monaco o Francoforte, il volo dura tutta la notte, poi 2 ore con Airlink per Pemba; flysaa.com), i turisti sono rari, più che altro ingegneri in mimetica e operatori del mondo no profit. Volando sulle isole Quirimbas vedi anche l’antico forte di Ibo, il primo insediamento europeo di tutta l’Africa con Ilha de Moçambique,
che luccica bianco a forma di stella in riva al mare. Il sole è abbagliante e l’acqua cambia in pochi metri decine di colori. Pur con esperienza di bei mari nel mondo, nemmeno sapevi che esistessero tanti diversi tipi di blu, così luminosi che, pensi, si fisseranno immediatamente nella corteccia piriforme, la parte di cervello che salva i ricordi a lungo termine come alcuni odori, pronti a ripresentarsi a distanza di anni, vivi come la prima volta, quando li ritrovi.

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In pratica non siamo ancora arrivati a Medjumbe, e già la scena che vale il viaggio ci è venuta incontro da sola, come in quei miti greci che piacevano a Esiodo in cui il delfino, in realtà un dio in persona, emerge e ti regala un anello. Quelli dei due giovani sposi libanesi vicino a me spiccano nuovi di zecca agli anulari, e loro esultano: il posto è unico, viaggio di nozze indovinato. E con la giusta privacy.

Stiamo andando in un’isola che ha solo 12 alloggi per meno di 30 ospiti in tutto, più circa altrettante persone di staff. Tra loro, un cuoco esperto nella specialità che il Mozambico esporta nel mondo: crostacei, eccellenti, di ogni specie e misura, gamberoni rossi, astici, aragoste, squisiti e serviti in ogni momento, a colazione, per pranzo, nelle uova, al barbecue sulla spiaggia. L’Anantara Medjumbe Island Resort è un esempio di all-inclusive di lusso esente da parsimonia, abbastanza raro.

Grazie a pacchetti molto studiati non si paga praticamente niente se non alcune gite motorizzate. Un esempio di tariffe? Minimo 3 notti, elicottero, tutti i pasti e i drink, gita alla vicina e bellissima isoletta privata di Quissanga con picnic, snorkeling e, volendo, notte sull’isola con letto in spiaggia (la notte personalmente non la consiglio: con la marea così mutevole, per qualunque ragione vogliate tornare indietro non è detto che possiate farlo, a detta di alcuni ospiti rientrati non contenti, dal romantico al thriller il passo è breve, meglio andare di giorno), poi una crociera su un dhow antico che procede in silenzio con la grande vela spiegata e trattamenti nella piccola spa che usa prodotti Africology,  costa da 782 euro a notte in 2 (fino al 31 gennaio). Per niente male nello standard di questo tipo di viaggi speciali.

E la dimensione dell’isola, lunga un chilometro e larga 500 metri, è tra i migliori rapporti spazio-persona in circolazione. Se non ti presenti a mangiare non incontri nessuno per giorni. Ma sarebbe un peccato, perché la cena Dining by Design, cioè in movimento, è allestita a sorpresa, a volte direttamente in mezzo al mare, nelle insenature della bassa marea con effetti surreali.

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La mia «villa» sulla spiaggia con il tetto di paglia e una piccola vasca esterna la vedo già atterrando tra aironi neri (Egretta dimorpha, per i birdwatchers qui è una manna) che alla vista dell’elitaxi si fermano in aria un momento, poi ripartono in picchiata verso la loro spiaggia circondata dal mare ai due lati e piena di conchiglie bianche e rosa di perfezione geometrica.

È qui che gli ospiti si incamminano verso il nulla turchino, spesso da soli e con fare biblico, mano nella mano o con un libro. Prendono senso passatempi infantili come rincorrere i granchi, insabbiarsi con il kayak o invadere certe misteriose macchie scure nell’acqua chiara, che sembrano ombre di nuvole ma poi guardi in alto e il cielo è sereno, la nube non c’è: se ci metti una pinna la macchia si disperde veloce in mille pesci che scappano in tutte le direzioni. Quando torni e ti senti completamente rinato, a quelle corse sulla striscia tra nuvole di pesci ci ripensi.

Le ville, molto accoglienti e allegre – non pensate allo sfarzo di Dubai, è più safari chic che lusso sfrenato –, sono eleganti, con pareti e mobili pastello in quello stile new african design che è un po’ township art. Super accessoriate con un letto a baldacchino sontuoso vista oceano, grande vasca da bagno riempita di fiori anche se non sei in luna di miele, coffee station e frigo sempre pieni, e sulla veranda bellissimi lettini metallici come si usa a Zanzibar.

Durante una gita alla vicina isola di Ibo, con i suoi magnifici palazzi coloniali portoghesi in rovina (che peccato. Unesco, dove sei?), capiamo che Mario il pilota è un Indiana Jones in incognito: rivela dei suoi 30 anni di Africa volando per i migliori media del mondo, da Bbc Nature a Cnn. «Ho lavorato tanto con un fotografo brasiliano che poi è diventato famoso», dice alla fine. «C’era da diventar pazzi a sorvolare l’Africa con lui in cerca di animali. Li voleva tutti nella stessa foto, con la nebbiolina, il raggio di sole, la cascata». Come si chiamava? «Sebastião Salgado». Per molti, il più grande fotografo del mondo. Thank you Mario, forse le balene non sono state un incontro casuale.

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