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Manovrano gli imperialismi regionali nell’Oceano Indiano

Lo scorso 15 febbraio il presidente iraniano Hassan Rouhani si è recato per tre giorni in India, dopo dieci anni che un capo di Stato iraniano non vi andava in visita ufficiale.

Ad Hyderabad è stato accolto dal ministro indiano dell’Elettricità e dai governatori degli Stati dell’Andhra Pradesh e del Telangana. Dopo le formalità di benvenuto, è intervenuto davanti ad una platea di guide religiose, intellettuali e studiosi islamici, dove, da buon diplomatico borghese, ha espresso apprezzamenti per la “diversità culturale” in India e la “coesistenza pacifica” di fedi diverse, “museo vivente di scuole di pensiero”. Dopo il solito cerimoniale nei giorni successivi si è passati ai fatti concreti, e di una certa rilevanza.

Il presidente della Repubblica Islamica è infatti riuscito a stringere importanti rapporti commerciali con lo Stato indiano, accordandosi con Narendra Modi, Primo ministro dell’India, da che il suo partito – il Partito Popolare Indiano (BJP) all’interno della coalizione Alleanza Nazionale Democratica – vinse le elezioni indiane nel 2014. Non scontati e significativi risultati da ambo le parti. Il più importante è l’assegnazione a Delhi della gestione e sviluppo del porto di Chabahar (ex Bandar Beheshti) nel golfo di Oman, nel sud est dell’Iran.

Già nel 2016, quando Modi andò a Teheran, India, Iran ed Afghanistan firmarono un Memorandum d’Intesa Trilaterale per la creazione di una rete di trasporto che collegasse Chabahar all’Afghanistan, nell’intento di aprire una nuova via verso l’Asia Centrale evitando il Pakistan, di fatto in alternativa ad una parte del progetto cinese della Nuova Via della Seta, detto anche One Belt One Road. I capitalisti indiani, attraverso questo nuovo tracciato, potranno trasportare merci evitando lo storico nemico pakistano, via mare da Kandla, in Gujarat, o da Monbay, a Chabahar, per proseguire su ferrovia. Il porto e la ferrovia sono già parzialmente attivi e vi si trasferiscono diverse merci, in particolare grano esportato dall’India in Afghanistan.

Un percorso che sarebbe approssimativamente parallelo a quello aperto tra Cina e Pakistan e che già collega lo Xinjiang al porto di Gwadar. È un corridoio commerciale di fondamentale importanza, tanto che la Cina si è assicurata i diritti sul porto pakistano per i prossimi 40 anni. La seconda base militare cinese al di fuori dei confini, dopo Gibuti nel corno d’Africa, potrebbe esser proprio Gwadar.

I primi contatti ufficiali tra i due paesi per lo sviluppo di questo porto risalgono a ben 15 anni fa. Solo oggi sono andati a buon fine per il gioco dei vari attori, non solo quelli regionali, per i rapporti di forza tra gli imperialismi e le loro mutevoli alleanze.

Gli Stati uniti da tempo sono in contrasto con l’Iran sciita, ma se è vero che con la nuova presidenza Usa i rapporti non sono migliorati – Trump ha rotto l’accordo sul nucleare firmato anche dagli Usa nel luglio 2015 – è altresì probabile che dietro a questo importante accordo commerciale tra India ed Iran vi sia anche il via libera di Washington, o quantomeno la sua non opposizione, determinato da una parte per contenere l’espansionismo cinese nell’area, dall’altra per imporre un ennesimo controllo economico sul martoriato Afghanistan. Un quadro quindi non certo granitico che oggi vede Islamabad sempre più legata a Pechino, mentre gli Usa provano a rafforzare i rapporti con l’India in chiave anti-cinese valorizzando il peso del gigante asiatico meridionale che indubbiamente ha una certa influenza in tutta la regione e sull’Oceano Indiano. Il capitalismo, oggi imperialismo, è anche questo, alleanze pronte a rompersi ed indiretti aiuti a paesi considerati nemici o addirittura Stati canaglia.

L’Iran, dal canto suo, che da sempre sfrutta l’invidiabile posizione geografica crocevia tra est ed ovest, ha altresì dichiarato di essere disposto a firmare con gli indiani accordi strategici a lungo termine per l’approvvigionamento del petrolio. Nel passato l’India era arrivata a coprire il 17% del proprio fabbisogno di petrolio importandolo da Teheran, poi, per le pressioni USA, nel 2016 la quota è scesa intorno al 10% accrescendo le forniture dell’Arabia Saudita e dell’Iraq. Valori notevoli considerando che l’India è tra i primi importatori di petrolio al mondo. L’imperialismo cinese invece da tempo rafforza le sue posizioni, oltre che in Pakistan, nei Paesi del Sud-est asiatico e stringe legami economici e politici con il Myanmar (come descritto nel numero scorso nell’articolo sui Rohingya), il Nepal, il Bangladesh, il Laos, lo Sri Lanka, accerchiando di fatto il gigante indiano. Le Maldive, paradisiaci atolli a sud del subcontinente negli stereotipi del fessume turistico, sono state investite dalle tensioni tra questi imperialismi. A febbraio il governo vi ha infatti dichiarato lo stato di emergenza e la legge marziale. L’ex presidente Nasheed, filo indiano, in carica fino al 2012 poi in esilio in Inghilterra, ha chiesto formalmente aiuto all’India, auspicando un intervento diplomatico con appoggio militare, come nel 1988 quando i militari indiani soffocarono un tentativo di golpe nell’arcipelago, e agli Stati Uniti, in modo da bloccare le transazioni di denaro verso l’attuale presidente Yameen, che invece è un protetto della Cina con la quale ha siglato diversi accordi nell’ambito della One Belt One Road Initiative. Almeno 11 navi cinesi sarebbero entrate nell’Oceano Indiano, poi richiamate nel Mar Cinese meridionale, mentre New Delhi avrebbe pattugliato l’area con otto navi. Insomma, un’altra area di crisi nella lotta tra India e Cina per assicurarsi le sfere d’influenza nella regione, e che oggi vede dominare Pechino.

Il settore del turismo, che muove un indotto annuo di oltre due miliardi di euro, ne ha ovviamente risentito. Le Maldive, dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1965, sono sempre state sotto l’influenza indiana, ma da diversi anni la Cina è riuscita a ribaltare questa tendenza, grazie a forti investimenti e prestiti. L’economia indiana è in ritardo rispetto a quella cinese: l’ammodernamento dell’aeroporto di Malè, nelle Maldive, nel 2012 è stato affidato a ditte cinesi. Inoltre la Cina, che con i suo trecentomila visitatori è la prima esportatrice di “vacanzieri” nell’arcipelago, ha stanziato ingenti fondi per la costruzione di un tunnel sottomarino tra l’isolotto di Malè e il contiguo di Hulhumale.

L’India quindi ha concluso un accordo con le più lontane Seychelles, 20° più ad oriente nell’Oceano Indiano, per costruire una pista di atterraggio e ponti di attracco per la sua Marina sull’isola di Assumption. La folle insensata crescita del capitalismo ha reso anche l’Oceano Indiano un’area strategica per giganti economici come l’indiano e il cinese, che in queste acque fanno viaggiare gran parte del loro commercio e le fondamentali importazioni di petrolio. Dunque tensioni e crisi sono destinate ad inasprirsi sempre di più sotto la spinta della crisi economica e del crescente antagonismo tra gli Stati imperialisti.

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