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Lo “sbiancamento” della Barriera corallina australiana – GreenMe.it

La Grande Barriera Corallina è uno degli ecosistemi più spettacolari presenti sulla Terra, oltre a rivestire una notevole importanza in quanto habitat per centinaia di specie animali acquatiche; nel 1981 è stata dichiarata patrimonio dell’umanità e nel 2007 anche del patrimonio nazionale australiano.

Ma ancora più affascinante è apprendere cos’è effettivamente una barriera corallina: si tratta di una estesa formazione calcarea di origine animale; i coralli derivano dalla sedimentazione di carbonato di calcio che dei piccoli polipi, le cui dimensioni vanno da alcuni millimetri a qualche centimetro, catturano dall’acqua marina andando così a costituire il loro esoscheletro. I brillanti colori dei coralli sono dovuti ad alcune alghe unicellulari (chiamate anche zooxantelle) che vivono all’interno dei polipi; si viene a creare una vera “simbiosi mutualistica” tra questi due esseri viventi: le alghe attraverso la fotosintesi clorofilliana producono zuccheri e ossigeno utili ai polipi ed eliminano l’anidride carbonica, i polipi a loro volta forniscono protezione alle alghe. Solo il corallo vivo è colorato, quello bianco è morto.

Queste formazioni coralline si formano tra la superficie dell’acqua ed una profondità di circa 30 metri, questo perchè il loro sviluppo richiede delle condizioni ambientali particolari: è fondamentale la presenza di molta luce, la temperatura dell’acqua deve rimanere al di sopra dei 20 gradi C° anche in inverno, la salinità deve rimanere costante.

La Grande barriera Corallina è lunga ben 2200 km, copre un’area di 345mila km quadrati; al suo interno vivono migliaia di specie animali diverse. Si tratta quindi di uno degli ecosistemi più importanti presenti sul nostro pianeta, ma purtroppo anche il suo straordinario equilibrio è stato intaccato dall’azione indiscriminata dell’uomo: anche le barriere coralline sono a rischio a causa di diversi fattori: la pesca eccessiva e spesso effettuata con tecniche illegali, l’inquinamento, ma soprattutto il cambiamento climatico. Il surriscaldamento globale infatti ha determinato un innalzamento delle temperature delle acquee, fenomeno che causa stress dei coralli e di conseguenza l’espulsione delle alghe presenti al loro interno; la diretta conseguenza che ne deriva è il cosiddetto “sbiancamento dei coralli”. Solitamente i coralli nel giro di pochi anni riescono a recuperare dopo un singolo fenomeno di sbiancamento, ma soprattutto in questi ultimi anni quest’anomalia termica è rimasta costante. Nel 2016 lo sbiancamento dei coralli è stato molto esteso: la mortalità ha raggiunto il 22-24%, e la parte più colpita è quella settentrionale (solo qui la mortalità è stata del 60%). Alcuni scienziati dell’Università Australiana del Qeensland prevedono che la Grande Barriera Corallina possa morire entro i prossimi 50 anni.

Cosa possiamo (dobbiamo!) fare quindi? Importante è la protezione delle aree marine interessate, ma bisogna intervenire soprattutto tenendo a freno questo continuo e crescente surriscaldamento globale. Non si tratta solo di evitare lo sbiancamento della barriera corallina, ma salvaguardare tutto un prezioso ecosistema che ruota intorno ad essa.

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