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L’Italia nella Via della Seta cinese Arriva il no dagli Stati Uniti

«Noi vediamo la Belt and Road Initiative come un’iniziativa pensata dalla Cina per l’interesse della Cina, siamo scettici sull’adesione italiana». Firmato Garrett Marquis, portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca. Come si prevedeva, è arrivata la dichiarazione contraria dell’amministrazione americana alla trattativa tra Italia e Cina per l’adesione alla Nuova Via della Seta, il grande progetto geopolitico e commerciale di Xi Jinping per rilanciare la globalizzazione.

Come anticipato dal Corriere della Sera il 25 febbraio, il negoziato è in dirittura d’arrivo e potrebbe essere firmato durante la visita di Stato di Xi a Roma (prevista per il 22 e 23 marzo) o a fine aprile, tra il 25 e il 27, quando a Pechino si svolgerà il secondo Forum sulla «Belt and Road Initiative».

L’Italia sarebbe il primo Paese del G7 a salire sul treno della Via della Seta, che in cinese si chiama «Yidai Yilu» (Una Cintura Una Strada). Il nostro obiettivo è di far collaborare le imprese italiane ai grandi cantieri per infrastrutture che stanno sorgendo sui canali della Via della Seta, dall’Asia al Medio Oriente, all’Africa. E si parla molto dei nostri porti dell’Alto Adriatico, TriesteVenezia come approdo della rotta marina verso l’Europa.

Il passo del governo italiano non è gradito a Washington, impegnata sì a chiudere la guerra dei dazi con Pechino, ma anche a contenere l’ascesa del Paese rivale. Da settimane gli americani hanno sollevato il tema con ogni esponente politico o governativo arrivato in missione dall’Italia.

Secondo informazioni raccolte dal Corriere a Washington, le perplessità dell’alleato americano sono state comunicate all’ambasciatore Piero Benassi, consigliere del presidente del Consiglio Giuseppe Conte; a Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio; ad Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento ed esponente di Forza Italia. Ora l’intervento di Garrett Marquis, che dice al Financial Times: «Noi vediamo la Belt and Road Initiative come un’iniziativa pensata dalla Cina per l’interesse della Cina». Il portavoce del Consiglio di Sicurezza nazionale, diretto da John Bolton, spiega: «Siamo scettici sulla possibilità che l’endorsement del governo di Roma porti benefici al popolo italiano». Poi un monito severo: «Questa adesione potrebbe finire per danneggiare la reputazione globale dell’Italia nel lungo periodo». Marquis ha concluso il ragionamento con il giornale della City londinese rivelando che gli Stati Uniti hanno fatto pressione sugli alleati, inclusa l’Italia, affinché non contribuiscano alla «diplomazia cinese delle infrastrutture» che secondo Washington può essere destabilizzante.

L’idea di aderire alla Via della Seta non è una novità del governo Conte, non è uno strappo con la nostra posizione, ma è stata perseguita già dai governi Renzi e Gentiloni. Nel 2017 Paolo Gentiloni venne a Pechino, unico leader di un Paese del G7, per partecipare al primo Forum «One Belt One Road»: Xi Jinping lo ringraziò ricevendolo con tutti gli onori.

La Via della Seta riporta alle carovane di cammelli, deserti e steppe, ai viaggi di Marco Polo: quale capo di Stato, nell’era dei container l’avrebbe messa al centro di un suo discorso? Infatti pochi in Occidente prestarono attenzione alle parole pronunciate nel settembre del 2013 da Xi Jinping, che si era spinto in Uzbekistan per una visita allora trascurata dalla stampa internazionale. Xi era a Samarcanda, mitico punto di passaggio delle carovane che più di duemila anni fa portavano merci preziose come seta e porcellane da Est a Ovest e quindi sembrò solo una frase retorica la sua quando disse che Pechino aveva l’ambizione di rilanciare quel percorso, costruire «una cintura economica lungo l’antica Via della Seta che aprirà un mercato di tre miliardi di consumatori». Ma presto quelle parole in mandarino, «Yi Dai Yi Lu», sono state tradotte in tutte le lingue del mondo, sono entrate nel linguaggio comune dei governi come «One Belt One Road», «Una Cintura Una Strada».

La Cintura, nel progetto della Cina seconda potenza economica del mondo, è un tracciato di strade, ferrovie per il trasporto delle merci, gasdotti e oleodotti, linee di telecomunicazioni che dall’antico Impero di Mezzo diventato Repubblica Popolare Cinese attraverseranno l’Asia centrale, la Russia, il Medio Oriente per arrivare in Europa. E la Strada è un’autostrada marittima che comincia dai grandi porti di Shanghai e Canton, fa rotta lungo il Mar Cinese meridionale, l’Oceano Indiano, fa tappa in Kenya, risale il Mar Rosso, giunge nel Mediterraneo con uno scalo al Pireo e si conclude Venezia.

Qualche numero: i progetti cinesi prevedono investimenti per 900 miliardi di dollari nei prossimi 5-10 anni; 502 miliardi in 62 Paesi entro il 2021, secondo i calcoli degli analisti di Credit Suisse. Xi Jinping ha presentato il progetto a maggio 2017 nel «Forum Belt and Road for International Cooperation», che ha attirato 29 capi di Stato e di governo, un centinaio di ministri, leader di 70 organizzazioni internazionali, dall’Onu alla Banca Mondiale.

Pechino ha appena comunicato che 67 Paesi hanno già sottoscritto la Belt and road Initiative. Secondo il Center for Strategic and International Studies di Washington, in realtà le iniziative della «Belt and Road» offrono grandi opportunità principalmente alle aziende della Repubblica popolare. Al momento sono cinesi l’89% delle aziende impegnate nella realizzazione delle infrastrutture, dei porti, delle autostrade e delle ferrovie; il 7,6% sono dei Paesi attraversati, dall’Asia all’Africa all’Europa e il 3,4% sono internazionali.

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