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Le reprimende del garante per i malanni del fisco

Alla vigilia dell’inaugurazione dell’”anno giudiziario tributario” (l’appuntamento è per sabato 16 marzo presso l’ateneo di Bari), si deve prendere atto, con rammarico, che nonostante le complesse problematiche fiscali e i deficit istituzionali denunciati negli ultimi anni dal Garante del Contribuente per la Puglia, poco o nulla è stato affrontato e vieppiù risolto dalle istituzioni competenti. Ciò malgrado, il garante Salvatore Paracampo continua nella propria giusta e strenua lotta all’insegna della legalità ed equità del sistema tributario e per la tutela del contribuente onesto. Una battaglia, considerate anche le armi spuntate a sua disposizione, che ci pare più ardua anche di quella condotta dal personaggio hemingueiano “Santiago” (“Il vecchio e il mare”) contro il pesce spada più grande dei Caraibi.

La Gazzetta è in grado di anticipare la sua relazione annuale rivolta alle più alte istituzioni dello Stato. In sintesi, l’auspicio del garante è che il “governo del cambiamento” abbia il coraggio di esaminare e risolvere le spinose questioni sollevate, che peraltro, per essere risolte, il più delle volte richiederebbero interventi a “costo zero”. L’impressione però è che si stia tracciando una deludente rotta in continuità con il passato.

Una annosa problematica denunciata riguarda il mastodontico contenzioso tributario. Per avere una vaga idea della sua portata, si pensi che su 60 mila cause pendenti in Cassazione relativamente a tutte le giurisdizioni dello Stato, ben 40 mila hanno natura tributaria. Gli interessi erariali coinvolti ammontano a svariati miliardi di euro! Invero, il nodo contenzioso, che a livello locale si manifesta soprattutto con tempi elefantiaci dei processi (addirittura 5-6 anni per le commissioni di Lecce e Taranto), andrebbe risolto con una strutturale riforma della giustizia fiscale. All’attualità ci risulta che sia al vaglio della Camera una proposta di legge (a firma Lega) per un riassetto dell’intero organo giudicante e che si auspica non faccia la fine delle precedenti proposte, svanendo in un profondo buco nero.
Sussistono inoltre serie difficoltà di coordinamento tra l’attività degli uffici che curano il contenzioso e quelli dello stesso ente impositore che curano la fase della riscossione e della trasmissione dei ruoli all’agente per la riscossione. In effetti, sovente, le sospensioni dell’esecuzione disposte dal giudice tributario vengono comunicate con ritardo all’agente della riscossione. Quest’ultimo continua nell’azione esecutiva con grave pregiudizio per il contribuente. Tale grave inefficienza andrebbe quindi risolta al più presto.
Rimborsi Disfunzioni e ritardi continuano a rilevarsi in materia di accesso agli atti, soprattutto da parte dell’AdER. L’ufficio spesso “ostacola” l’estrazione di documenti concretando una inammissibile compressione del diritto di difesa del contribuente. Altrettanto avvilente è il patologico ritardo nell’erogazione dei rimborsi. La maggior parte dei ristori viene infatti eseguito in sede centralizzata e secondo tempi impossibili da conoscere e prevedere. Gli inviti del Garante in tal senso si risolvono tristemente in una “vox clamantis in deserto” e il contribuente, prima di vedersi erogare quanto spettante, spesso si trova a fare i conti con gravissime crisi di liquidità. E questo nonostante dal 2013 (con il c.d. decreto del fare) sia stato introdotto un indennizzo di 30 euro per ogni giorno di ritardo. Sanzione, nondimeno, che non può essere applicata d’ufficio, bensì necessita di separato procedimento da instaurarsi a cura e spese del privato creditore. Il problema è particolarmente sentito dal cittadino portato giustamente a ritenere iniqua la discrasia tra i tempi dei rimborsi e quelli, perentori e fortemente sanzionatori, dell’accertamento e riscossione delle imposte.
Le anomalie del sistema tributario italiano, oltre a riverberare i propri catastrofici effetti sui contribuenti che si sentono sempre più vessati da misure draconiane e dalle piccole grandi ingiustizie quotidiane, pesano come macigni anche sulle casse erariali. È il caso della prescrizione dei tributi che estingue il diritto dell’ente impositore ad esigerne il pagamento. Malgrado la copiosa emorragia di denaro pubblico degli ultimi anni, la vexata quaestio non ha ancora generato interventi mirati e risolutori. Tant’è che il Garante ha efficacemente illustrato la spirale negativa che viene a generarsi con la pretesa, da parte dell’amministrazione finanziaria, di crediti scaduti. Profilandosi da un lato l’interesse del debitore contribuente a vedersi annullare il dovuto; dall’altro quello dello stato a riscuotere somme di base legittime, ma ex lege non più esigibili. Il risultato è un intensificarsi del contenzioso con potenziale responsabilità processuale aggravata dell’ente impositore.

Dulcis in fundo la drammatica questione dell’evasione fiscale che secondo le ultime stime del Senato ha raggiunto i 132 miliardi di euro! Ricalcando le orme del passato, il legislatore “del cambiamento” ha prediletto la linea del “condono”. Per descrivere il fenomeno il garante ha parafrasato Davigo che ricollega l’indole condonistica del nostro legislatore alla tradizione cattolica del Paese. Come tale, quindi, particolarmente predisposta al “perdono”. Tuttavia, sebbene si tratti di una nobile virtù, “se il perdono è sganciato dall’effettivo pentimento, ci possono essere effetti devastanti”. Per effetto di tanto si è pervenuti ad una inesorabile abrogazione surrettizia del precetto costituzionale di capacità contributiva. Con amara ironia, il garante chiosa con l’esigenza di coordinare il sistema tributario con i patti lateranensi e conseguente richiesta alla Chiesa cattolica di così modificare il Pater Noster: “Padre nostro rimetti a noi i nostri debiti e noi rimetteremo quelli tributari ai fratelli evasori fiscali e così sia”.

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