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La tormentata condizione di 38.000 richiedenti asilo africani in ...

La tormentata condizione di 38.000 richiedenti asilo africani in …

A Muthar Awdalla è stata data una scelta: lasciare Israele o andare in prigione.

Era l’inizio del 2014 e il richiedente asilo sudanese aveva già sprecato mesi di vita dietro le sbarre, in Libia, in Egitto e, quando era finalmente riuscito ad attraversare il confine, in Israele.

Era fuggito dal conflitto in Darfur ancora adolescente, nel 2003, e tutto il senso di quel viaggio lungo anni stava nel trovare una vita migliore.

“Erano così tanti a passare per Israele”, ha raccontato Awdalla, “si diceva che quel Paese rispettasse davvero la vita umana.”

Ma quando ci è arrivato, nel 2009, ha sperimentato “l’opposto – totalmente opposto”.

Per otto mesi è rimasto a languire in un centro di prima accoglienza. Ci sono voluti altri mesi per avere un permesso di soggiorno provvisorio, senza il quale non poteva lavorare.

Anche quando lo ha ottenuto, non poteva studiare. Il sogno di diventare avvocato è rimasto in sospeso come i suoi vent’anni, trascorsi tra lavori in ristorante e corsi di ebraico e giorni e giorni spesi in fila per rinnovare i documenti.

Quando ad Adwalla è stato dato l’ultimatum prigione o deportazione, le autorità gli hanno proposto come destinazione finale l’Uganda. Avrebbero coperto le spese del volo e preparato di documenti di viaggio. Gli avrebbero dato anche 3.500$.

“Non volevo andare in prigione e sprecare ancora il mio tempo”, ha spiegato. “Ho pensato che andando in Uganda avrei potuto finalmente studiare”.

Ha preso un volo di collegamento con scalo in Giordania e a un certo punto della seconda parte del viaggio si è addormentato. Si è svegliato mentre l’aereo atterrava. Un cartello, dal finestrino ha catturato il suo sguardo: “Benvenuto all’aeroporto di Karthoum”. Israele lo aveva rimandato in Sudan.

“Ero scioccato e deluso”, ha raccontato Adwalla. “Non pensavo di sopravvivere. Ho creduto che il governo sudanese mi avrebbe ucciso”. È stato arrestato immediatamente e tutti i suoi beni sono stati confiscati. Anche i 3.500$.

Sono le storie come quella di Adwalla a far rabbrividire i circa 38.000 richiedenti asilo africani che vivono in Israele, provenienti per lo più da Eritrea e Sudan.

A dicembre 2017, Israele ha annunciato un nuovo piano di deportazioni dei richiedenti asilo in “Paesi terzi” africani, se gli stessi accettano di accoglierli.

La comunità di migranti dovrà scegliere tra la partenza o il carcere a tempo indeterminato.

Ma l’annuncio è solo l’ultima mossa di quella che gli attivisti descrivono come una campagna sostenuta dal governo israeliano per “tormentare” i richiedenti asilo, e convincerli ad andarsene.

“Non hanno nessuno status qui”, ha spiegato Dror Sadot, portavoce della ONG “Hotline for Refugees and Migrants”. “Non viene loro riconosciuto lo status di rifugiati. Il governo li chiama ‘infiltrati’. Pagano le tasse, ma non sono concessi loro diritti sociali… tutte le responsabilità e i doveri di Israele verso i richiedenti asilo vengono semplicemente spazzati via.”

Le testimonianze di richiedenti asilo partiti volontariamente parlano di Ruanda e Uganda come “Paesi terzi”, ma entrambi i Paesi hanno negato l’esistenza di qualsiasi “accordo scritto” con Israele.

Sadot dice che i deportati volontari sono arrivati in Ruanda o in Uganda senza alcun documento legale – “nessun permesso di lavoro, nessun riconoscimento di status, nulla”. Molti vengono derubati dei 3.500 dollari ricevuti dal governo Israeliano o rapidamente portati fuori dai Paesi terzi dai trafficanti e reimmessi nel percorso di migrazione verso l’Europa, attraverso la Libia.

“Siamo in grado di monitorare solo le persone che sopravvivono. Ci raccontano dei loro amici morti in mare, annegati accanto a loro.”

Come Awdalla, anche altri dicono che non sono stati mandati affatto in un Paese terzo, ma nelle stesse zone di guerra dalle quali erano fuggiti.

Le deportazioni non sono ancora iniziate e non saranno applicabili alle famiglie. Ma Sadot dichiara che il terrore nella comunità è palpabile.

“È davvero difficile. Voglio dire, le persone sono in fila qui, fuori dai nostri uffici. Stiamo cercando di calmare la comunità, di comunicare nella loro lingua per spiegare la situazione. Stiamo cercando di vedere quali opzioni legali abbiamo.”

I richiedenti asilo sono cominciati ad arrivare in Israele alla metà degli anni 2000 dall’Eritrea e dal Sudan, prima che il Paese chiudesse il confine con l’Egitto.

Dopo anni di “protezione di gruppo”, nel 2013 Israele ha aperto le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato.

Da allora, questo status è stato concesso solo a 11 persone, 10 Eritrei e 1 Sudanese. Tutti gli altri sono considerati migranti economici e incolpati per il tasso di criminalità nei quartieri più poveri di Tel Aviv.

Il richiedente asilo sudanese Anwar Suliman, 38anni, ha presentato la sua domanda più di quattro anni fa.

“Fino ad oggi non ho avuto né un sì né un no”, ha detto. “E ’ importante per noi avere una risposta, potrebbe cambiare la nostra vita.”

Parlando al Daily Maverick, Suliman ha raccontato i particolari di una vita frustrante, vissuta nel limbo dei centri di prima accoglienza e delle file d’attesa per le richieste di visto.

Una volta, in Sudan, prima di fuggire, era un archeologo, specializzato in storia Egiziana e Sudanese. È finito in carcere due volte per il suo attivismo politico.

“Sono dovuto scappare. Se fossi rimasto, avrei potuto essere arrestato di nuovo. Forse ucciso.”

Ora, dopo quindici anni, Suliman, lavora in un ristorante di Tel Aviv.

Complessivamente, ha trascorso circa due anni di detenzione in Israele. Non è vita, dice.

“Ma cosa possiamo fare? Ogni anno spunta una qualche nuova politica …”.

Tuttavia, dovendo scegliere tra il rientro in Africa e una vita dietro le sbarre, sceglierebbe la seconda.

“Mi manca l’Africa, ma non sono pronto a tornare”, ha detto. “Il Ruanda e l’Uganda non sono la mia patria”.

“Non so che cosa accadrà. Dopo quello che abbiamo passato, non si fanno più programmi. Per alcune persone la vita è chiara. Ma per me non è chiaro niente.”

“Si tratta di una questione razziale”, ha affermato Teklit Michael, 29 anni, richiedente asilo Eritreo e attivista.

Dopo 10 anni in Israele, non usa mezzi termini. Ci sono state persone che hanno sostenuto i richiedenti asilo, “persone che conoscono la dignità e i diritti umani”. Ma erano una minoranza, ha detto.

“Anche le persone che emettono il tuo visto, ti trattano come una merda, come uno schiavo. Non gliene frega un cazzo. Non pensano che sei un essere umano come loro, che puoi soffrire, provare dolore.”

Nel novembre del 2017, il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato in termini lusinghieri dell’ Africa, durante una visita in Kenya.

“Crediamo nel futuro dell’Africa, amiamo l’Africa e mi piacerebbe molto non solo cooperare singolarmente con ciascuno dei vostri paesi, ma anche con l’Unione Africana”, ha detto.

Ma appena tre mesi prima, aveva promesso di restituire i quartieri di Tel Aviv abitati dagli africani “ai cittadini di Israele”. I richiedenti asilo come Michael “non erano “rifugiati, ma ‘infiltrati’ che cercano lavoro”, secondo Netanyahu.

“Ci trattano come animali e danno la colpa a noi per tutto,” ha detto Michael al Daily Maverick. “Non ci hanno mai amato. Non ci ameranno mai”.

Allora perché restare dove non si è voluti?

“Non ho scelta. Non ho un passaporto. Io non ho nulla. Non posso andare da nessuna parte. E anche se me ne dessero la possibilità, non so nulla del Ruanda”.

Amici che avevano accettato l’accordo (il rientro volontario, ndt) sono stati portati via dai trafficanti.

“Nessuno in realtà è rimasto in Ruanda. I loro documenti sono stati presi all’arrivo. Dicono loro di pagare, per l’hotel e per i trafficanti. Poi li portano al confine.

“Non ho alcuna garanzia di asilo o di protezione. Questo è semplicemente traffico di esseri umani.

“Per me è meglio rimanere qui in prigione piuttosto che andare in Ruanda o in Uganda.”

Muhtar è arrivato in Uganda, alla fine – dopo che un fratello lo ha aiutato a venir fuori da una prigione Sudanese pagando la sua cauzione.

Ha 29 anni adesso, è uno studente di legge al terzo anno e il presidente della Law Society universitaria.

“È una sensazione incredibile poter finalmente seguire i miei sogni”, ha detto al Daily Maverick.

Gli manca Israele. Gli mancano gli amici che sono lì. Ma ha intenzione di usare la sua laurea per citare in giudizio il governo per quello che gli ha fatto.

“Mi hanno mentito. Mi hanno portato in un luogo dove non volevo andare, un luogo dove la mia vita sarebbe potuta finire… Se non rischi nella vita, non avrai mai successo. Ma se avessi saputo che mi stavano mandando in Sudan, io non avrei mai rischiato. Mai.”

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