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La drammatica storia di Clara e Bianca: due sorelle nate, allevate e ... - Viaggi News
martedì , dicembre 11 2018
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La drammatica storia di Clara e Bianca: due sorelle nate, allevate e ...

La drammatica storia di Clara e Bianca: due sorelle nate, allevate e …

Bracconaggio: un reato ambientale tra i più odiosi e meno noti al grande pubblico. L’anno scorso, ad esempio, sono stati accertati 770 reati legati al bracconaggio, con 590 persone denunciate, 236 armi sequestrate e 22 arresti.

Tra gli animali più minacciati dalla caccia illegale ci sono i rapaci, che in Italia vivono o passano periodicamente per migrare in Africa. Probabilmente non molti sanno che nel nostro paese vive anche una, ormai rara, specie di avvoltoio: il Capovaccaio, balzato ultimamente agli onori delle cronache per un episodio di bracconaggio. La sua sopravvivenza è gravemente in pericolo a causa di fattori umani: come la presenza di pale eoliche e cavi aerei della rete elettrica, o la diminuzione della pastorizia che ha quasi azzerato la possibilità di questo uccello di trovare nutrimento nell’ambiente.
Ne abbiamo parlato con Guido Ceccolini, ornitologo e ideatore del “Progetto Capovaccaio” che opera nel Centro Rapaci Minacciati della provincia di Grosseto. L’intervista è stata trasmessa nel programma “A conti fatti”, rubrica radiofonica settimanale di EconomiaCristiana.it, in onda su Radio Vaticana Italia.

Cominciamo a parlare di questo uccello dal suo nome “volgare” col quale è conosciuto nel mondo: Egyptian vulture cioè avvoltoio egiziano. Perché porta questo nome, che in realtà è simbolo di una storia molto bella e interessante?

Il capovaccaio ha questo nome, che una volta si utilizzava anche in Italia, perché gli egizi lo consideravano un animale sacro, in quanto nelle loro città scendeva a mangiare tutti i rifiuti che veniva gettato in terra. Quando prendevano il volo li consideravano come degli angeli: bianchi con il bordo nero, simile alle cicogne. Questo popolo li ha sempre considerati sacri, tant’è vero che il primo geroglifico del loro alfabeto, la “A”, è rappresentata proprio da un capovaccaio.

Siamo in radio, quindi non possiamo vederlo. Descriviamo questo uccello che non è simile all’immagine tipica che abbiamo dell’avvoltoio: è molto più bello.

La grandezza è quella di un tacchino, più snello ovviamente. Gli adulti sono completamente bianchi, quando sono posati; quando sono in volo, si aprono le ali e compaiono delle penne nere lungo il bordo. Quindi l’aspetto è quello di una cicogna bianca in volo. La cosa strana è la “faccia gialla, con il becco nero e le zampe rosa. I giovani invece, fino all’età di 3-4 anni sono marroni con delle screziature nocciola. Sono animali simpatici: hanno una specie di cresta di penne sulla testa, che a volte tirano su. Hanno un aspetto un po’ punk.

Purtroppo però è una specie in pericolo, per vari motivi: alcuni umani, alcuni naturali. Quanti esemplari ce ne sono in Europa, e quanti in Italia?

La loro base è la Spagna, dove ancora ce ne sono 1.300 coppie, mentre nel resto d’Europa si contano a decine. In Francia circa 40-50 coppie. In Italia siamo in una situazione veramente drammatica, perché quest’anno si sono contate soltanto sei, forse otto coppie: due in Basilicata e quattro, o sei perché ancora si sa, in Sicilia.

Perché sono così pochi? Quali problemi hanno a sopravvivere?

Fino all’inizio del ‘900 c’erano circa 100 coppie in Italia, dalla Sicilia fino alla Liguria. La persecuzione diretta, la costruzione di infrastrutture, il cambiamento del tipo di agricoltura, hanno determinato un calo enorme fino ai nostri giorni. Negli anni ’60-’70 c’è stato il boom dell’attività venatoria. Poi la lotta ai “nocivi”, cioè agli animali che potevano dare fastidio agli allevamenti: venivano messi dei bocconi avvelenati, addirittura per legge, per uccidere volpi, lupi ecc; questi bocconi vengono mangiati anche dai capovaccai. Questo insieme di fattori ha portato alla diminuzione progressiva fino ad arrivare ai nostri giorni. I motivi quindi sono umani, non è una diminuzione naturale.

Occorre specificare che il capovaccaio è un uccello che mangia carogne, quindi non è una minaccia diretta agli allevamenti o alla fauna selvatica ma, appunto, un uccello spazzino. In questo senso ha anche un ruolo importante per il nostro ecosistema. Uno dei problemi è stata l’evoluzione degli allevamenti: da naturali e tradizionali, quindi con le mandrie al pascolo brado, a industriali, quindi al chiuso.

Si, è un problema enorme; perché una volta trovavano il cibo. Immaginiamo la campagna romana dell’800, con tanti allevamenti, pecore e mucche in giro, al pascolo naturale. Ora questi questi allevamenti sono al chiuso, per cui loro non trovano più animali. Tra l’altro l’origine del nome volgare italiano, capovaccaio, è nata qui in Toscana: veniva osservato dai pastori andare vicino agli animali, specialmente quando partorivano, per mangiare le placente. Mangiavano animali morti: avevano quindi una funzione importantissima per l’igiene, nel senso che toglievano dall’ambiente naturale quegli animali che potevano avere qualche malattia, che poteva propagarsi agli altri.

Da qui nasce il progetto della sua vita. Dagli anni ’90 è cominciato questo “Progetto capovaccaio” che mira all’allevamento e alla reintroduzione in natura. Ci parli dell’inizio di questo suo impegno, e del progetto attuale, promosso anche dal Ministero dell’Ambiente, dalla Regione Basilicata e dai Comuni dell’Amiata Grossetana, la zona dove lei opera.

Abbiamo iniziato quest’attività nel 1991 perché volevamo far ritornare il capovaccaio dove il nome ha avuto origine, cioè nella Toscana meridionale, in provincia di Grosseto. Avevamo cominciato a raccogliere animali dai centri recupero spagnoli, andando in Spagna con diversi viaggi. Questi animali, che non potevano essere recuperati, li abbiamo messi in voliera, qui in Italia, per formare delle coppie e, pian piano, riuscire ad ottenere dei giovani da liberare in natura. Quindi il progetto serve per aumentare il numero di capovaccai. A questa attività è legata anche quella di sensibilizzazione degli enti pubblici, per fare in modo che almeno la maggior parte delle problematiche che hanno fatto diminuire il capovaccaio, fossero eliminate; perché è inutile che noi alleviamo capovaccai e li liberiamo, se poi muoiono perché ci sono ancora tutte le cause che c’erano prima. In verità alcune cause sono diminuite: i bocconi avvelenati sono diminuiti; il bracconaggio è diminuito, rispetto agli anni sessanta del secolo scorso, anche se purtroppo qualcosa ancora non è cambiato. Attualmente abbiamo 45 capovaccai nelle voliere del nostro CERM (Centro Rapaci Minacciati) e ogni anno ne liberiamo un certo numero. Finora ne abbiamo liberati 23. Non è un numero molto alto, considerando da quanto abbiamo iniziato, perché per molti anni è stato difficilissimo capire la metodologia migliore per farli riprodurre. In cattività è molto difficile farli riprodurre. Sono animali molto intelligenti, quindi la cattività, cioè stare in voliera, al chiuso, per loro è uno stress. Non possiamo liberarli, perché non solo liberabili, però questo stress provoca anche delle difficoltà per farli riprodurre.

Veniamo al fatto di quest’estate: la liberazione di due esemplari femmina, due sorelle, Clara e Bianca, in Basilicata, e quello che è successo loro nella successiva migrazione. Ricordiamo che sono uccelli migratori che dall’Italia si spostano all’Africa.

Si, sono animali che arrivano in Italia a febbraio; si riproducono; poi, a fine agosto o settembre, tornano in Africa. Quindi ogni anno c’è un viaggio di andata e ritorno dall’Africa, come fanno molti uccelli migratori. In Africa vivono nella parte sud del Sahara, quindi passano dal Mali, al Niger fino all’Italia meridionale. Per quanto riguarda queste due sorelle, le uova sono state covate in incubatrice mentre i genitori covavano delle uova finte. Una volta nate, le abbiamo fatte crescere dandogli da mangiare per giorni, poi le abbiamo passate ai genitori i quali hanno continuato la loro opera. Hanno allevato queste due sorelle in maniera meravigliosa. Quando sono arrivate all’età di circa quattro mesi erano pronte per essere liberate, perché avevano un piumaggio perfetto, il peso di due chili… insomma: perfette per la liberazione. Abbiamo messo a loro un GPS a zainetto, cioè abbiamo legato sulla schiena un apparecchio che consentiva di capire dove si spostavano, trasmettendo attraverso la rete telefonica dei cellulari, e il 16 agosto le abbiamo trasferite. Le abbiamo liberate nel Parco della Murgia Materana, in provincia di Matera. Una volta liberate hanno cominciato a volare nei paraggi. Sono rimaste in loco perché all’inizio, chiaramente, non erano ben allenate. Si sono allenate a volare alte, a fare grandi voli, e il 3 settembre sono partite. Rapidamente sono arrivate in Sicilia, e qui purtroppo Clara, una delle due sorelle, ha avuto un incontro veramente brutto: è stata “sparata” da un bracconiere. È successo in provincia di Trapani. È stata uccisa il 9 di settembre. Anzi, il 9 è stata abbattuta ma noi, attraverso i segnali GPS, abbiamo visto che è morta due giorni dopo. Disperatamente degli amici sono andati a cercarla; poi sono andati i carabinieri forestali che avevamo allertato; finalmente l’hanno trovata, ma era già morta. Questo è un danno gravissimo.
Anche Bianca è arrivata in Sicilia, in provincia di Trapani. Ci è rimasta un giorno di meno ed è partita immediatamente. Arrivata a Pantelleria ci è rimasta un giorno, dopo di che è ripartita ed è arrivata in Tunisia. Il viaggio stava procedendo perfettamente: aveva fatto più di 400 chilometri di mare, tranquillamente. Purtroppo il 13 di settembre anche lei è morta. Aveva mangiato un boccone avvelenato, probabilmente messo da qualche allevatore tunisino per uccidere sciacalli o cani rinselvatichiti, per proteggere le pecore. Quindi, due sorelle che stavano perfettamente, migravano in maniera meravigliosa, hanno incontrato delle attività umane molto negative.

Come abbiamo capito sono due morti abbastanza emblematiche dei problemi che incontrano questi rapaci, e altri come loro, durante la migrazione e nella convivenza con l’uomo. Queste due morti hanno avuto ampia eco mediatica, non solo nell’ambito dell’ambientalismo. Hanno smosso per esempio anche il ministro Costa che le ha commentate. C’è una raccolta firme, proprio rivolta al Ministro, promossa anche da voi. Che cosa chiedete alla politica in questo senso?

Chiediamo quello che è logico e normale chiedere. Succede che durante il periodo di settembre, quando c’è il picco più alto della migrazione di rapaci e altri uccelli protetti lungo l’Italia, viene aperta l’attività venatoria. Purtroppo in mezzo alle persone oneste ci sono anche i disonesti: bracconieri che approfittano di questo periodo di preapertura per sparare a qualsiasi specie. Perciò, nella raccolta firme, chiediamo di chiudere la caccia a settembre; cioè non permettere alle regioni (che decidono i calendari venatori, spesso anticipando l’apertura e derogando alla chiusura, nda.) di fare queste che chiamano pre-aperture. Contemporaneamente chiediamo anche di formare dei carnai nei parchi nazionali: cioè dei punti di alimentazione per i capovaccai e altri rapaci, in modo che quando migrano nella parte più pericolosa, in Tunisia, non abbiano bisogno di mangiare ancora, per cui saltino direttamente nel Sahara, dove non ci sono pericoli, e arrivino direttamente nelle zone di svernamento. Con queste firme si chiede di supportare meglio questi animali; e non parlo solo di capovaccai, ma anche di nibbi bruni, di bianconi e tante altre specie che migrano in questo periodo.

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