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La Biennale d’arte di Venezia di Ralph Rugoff

Frastuoni, mitragliate, grida. Il sottofondo sonoro della 58ma Mostra d’Arte Contemporanea di Venezia è piuttosto scioccante ed è forse il più potente filo conduttore di questa rassegna che il curatore statunitense Ralph Rugoff ha chiamato May you live in interesting times (fino al 24 novembre). Con le loro antenne vigili gli artisti intercettano il cambiamento e danno corpo a visioni e paure, così una visita alla Biennale d’Arte è un po’ l’equivalente di una seduta di psicanalisi collettiva, utile a portare a galla rimozioni anche pesanti. Ciò che i “tempi interessanti” di Rugoff ci dicono è che viviamo in un’epoca sopraffatta da una violenza inaudita.

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Non che ci sfuggano le tante guerre che affliggono il pianeta, i ripetuti attentati terroristici, le stragi attuate da schegge impazzite della società (in caso ci fossimo distratti, nella prima sala dell’Arsenale ce lo ricorda il bellissimo video di Christian Marcley, un caleidoscopico collage di film di guerra il cui audio è una follia di esplosioni e lamenti).

Ma nella narrazione messa in scena da Rugoff quel tipo di violenza si salda anche ad altri che spesso passano sottotraccia, perché derubricati a “gioco” o “intrattenimento”. Risulta evidente dal video d’animazione grottesco Dream Journal di Jon Rafman, con il suo sonoro ossessivo e disturbante da videogame d’azione e una sequenza narrativa fuori controllo (paragonabile a La città incantata di Miyazaki), che aggiunge assurdo ad assurdo facendo impennare l’adrenalina. Sul rumore si fondano anche l’opera di Teresa Margolles all’Arsenale – grandi vetrate che stridono e vibrano orribilmente come al passaggio di un treno (dedicate alla violenza sulle donne in Messico) – e le due installazioni di Sun Yuan e Peng Yu: al Padiglione centrale ai Giardini un gigantesco braccio meccanico chiuso in una teca si agita come una bestia feroce brandendo un enorme pennello con cui imbratta di rosso i vetri; all’Arsenale una pompa ad aria simile a un serpente impazzito e sibilante si avvinghia attorno a un’algida poltrona imperiale romana fuori scala.

A un presente già impegnativo si aggiunge la promessa di un futuro ormai prossimo in cui robot e realtà virtuale avranno un ruolo crescente e ancora difficile da immaginare. Sul tema riflettono in particolare Martine Gutierrez (con i suoi “mondi plastificati”), Stan Douglas (che immagina gli effetti di un black out elettrico a New York), Kaari Upson (la sua casa di bambola a scala reale è un set horror di sdoppiamenti psicologici tra umano e postumano) e Dominique Gonzalez-Foerster (performance di una riunione di lavoro in cui ciascun partecipante indossa un visore di realtà virtuale). Ci sono anche rappresentazioni più sorridenti, pur non prive di inquietudine. Da segnalare le coreografie ipnotiche e vitaminiche di Alex De Corte, perfetto punto di fusione tra pubblicità e cartoni animati, e il giardino virtuale allestito da Hito Steyerl in un’oscurità in cui fiori bellissimi sbocciano e appassiscono senza fine, ma solo su grandi schermi. Un certo disagio serpeggia anche nei meravigliosi (e apparentemente innocui) acquari Crochet Coral di Christine e Margaret Wertheim, fatti con fili colorati e luminescenti lavorati all’uncinetto con una tecnica algoritmica che crea forme paraboliche, inventata dalla matematica lettone Daina Taimina: sono un omaggio alla Grande Barriera Corallina di Queensland in Australia che, secondo gli esperti, nei prossimi “interesting times” verrà devastata dal cambiamento climatico.

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