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Intervista a Matteo Cerri (candidato a Londra per Forza italia, Lega ...

Intervista a Matteo Cerri (candidato a Londra per Forza italia, Lega …

 

 

1) Nome?

Matteo Cerri, nato a Milano 43 anni fa. Anche se mi piace credere a chi mi dice che ne dimostro molti di meno.
Fieramente Londinese da 21, felicemente sposato da 14, in politica da 2 settimane! So far, no regrets.

2) Da quanto tempo vive a Londra?

Mi sono trasferito a Londra alla fine del 1996 e da allora ho sempre vissuto qui, fatta eccezione per un breve periodo di circa 18 mesi tra Roma e Milano nel 2004/2006. Sono milanese di nascita, londinese d’adozione e non posso non dirmi europeo. La mia famiglia da tre generazioni si muove per l’Europa, mia moglie è originaria della Romania e i miei interessi sono in gran parte del continente.

 

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3) Quale motivo la spinge a candidarsi?

Sono cresciuto in una famiglia cattolica che ha fatto dell’impegno sociale e dell’accoglienza un fattore naturale e gioioso del proprio essere. Appena arrivato a Londra, dopo pochi anni, non ho resistito all’opportunità di fare impresa, qualcosa quasi impensabile nell’Italia di venti anni fa. La mia impresa è cresciuta grazie al terreno fertile del paese che ci ospita, ma anche alla rete di clienti e di rapporti con il mondo italiano. La svolta al mio rientro dall’Italia in periodo di crisi. Crisi che evidentemente mi ha portato bene. La crescita del mio business ha quasi naturalmente corrisposto con il coinvolgimento nella Comunità italiana nelle sue diverse emanazioni sociali. Negli ultimi quattro anni mi sono ritrovato ad investire in molte aziende di italiani, start up, micro-imprese, giovani e meno giovani, fino a raggiungere un vasto portafoglio di imprese e una concreta partecipazione con l’italianità nelle sue diverse forme: in Londra, poi in UK e poi un pò ovunque in Europa. Da due/tre anni questo impegno ha preso anche un taglio istituzionale con un sempre più frequente rapporto con le nostre istituzioni in diverse occasioni: promozione della moda e del design, della nostra cucina, del settore del turismo, persino del fintech! Il nostro Paese ha permeato la mia vita professionale anche grazie all’incredibile successo del lavoro di mia moglie che promuove l’italianità all’estero con una media platform sempre più estesa. Poi la Brexit e il timore che l’incanto si fosse spezzato o forse la scintilla che mi ha spinto a farmi agire di più, partendo, come sono abituato ad affrontare da imprenditore e investitore, dalle soluzioni concrete ai problemi di tutti giorni. A questo punto non potevo tirarmi indietro alla proposta di candidarmi per la coalizione che maggiormente rispecchia i miei valori di tradizione, libertà e società. Vorrei poter influire nella soluzione dei problemi concreti della nostra Comunità con il lavoro a Roma, ma soprattutto con una presenza continuativa sul territorio e un occhio a quanto succede in Europa, la naturale ubicazione di noi italiani e di noi londinesi. Mi sono dilungato, ma non essendo un politico puro, vedo il mio impegno come una parabola naturale di un’esperienza, non come un fatto estraneo.

4) Qual è la sua esperienza personale e professionale? In che modo potrà esserle utile?

Penso di aver risposto con la domanda precedente, ma sono anche cosciente che quello per cui mi candido non è qualcosa per cui si è mai pronti abbastanza.
Si può venire da una scuola politica che prepara ai ‘trucchi del mestiere’, ma con umiltà e certezza mi sento di dire che la vita da imprenditore mi ha insegnato molto. Ci si mette la faccia, la vita. Si studia, serve lottare ogni giorno perchè nulla è mai scontato, soprattutto in un paese che non è il tuo. E poi la responsabilità per la famiglia, per le decine di dipendenti in giro per l’Europa e le loro famiglie, che in un modo o l’altro ti danno ragione per andare avanti, ma di cui senti il peso ogni mattina quando ti alzi. Responsabilità per la propria storia, passione per il presente, speranza e impegno per il futuro con la consapevolezza che si dipende gli uni dagli altri. Penso che sia un buon bagaglio di esperienza e di umiltà per affrontare questa sfida.

5)  Cerchiamo di delimitare il campo. Quali sono, dal suo punto di vista, i problemi principali per gli italiani all’estero ( e nello specifico a Londra) e cosa pensa di poter fare dal Parlamento per aiutarli?

I problemi sono tanti e quasi mi sembra che tutti noi candidati dei diversi partiti siamo d’accordo su questo. Le soluzioni sono talvolta simili pur con impostazioni diverse.
Farei un piccolo passo indietro. Vorrei poter credere che gli italiani all’estero hanno lasciato il nostro Paese per l’opportunità di realizzare un progetto di vita con libertà. Purtroppo per molti non è stata una scelta, ma l’unica alternativa e questo è un trend da cambiare.
Chi all’estero può realizzarsi deve essere rispettato e aiutato, non osteggiato o definito come in fuga. Il problema non è far rientrare cervelli (o capitali), ma cercare di avere un sistema Paese che attragga cervelli (e capitali) di tutta Europa, possibilmente del mondo. Ad oggi l’Italia spesso non è attrattiva nemmeno per gli italiani!
Risolvere i problemi di chi ha una propria vita all’estero allora diventa relativamente semplice. Serve dare ad ogni cittadino un pieno accesso ai servizi di base di cittadinanza e parità di trattamento in tutti i suoi spostamenti (per fisco, previdenza, assistenza, etc.) Un italiano che fa fortuna all’estero non è mai un peso per il Paese e diventa il primo ambasciatore e investitore verso il nostro Paese.  Gli italiani all’estero sono una risorsa per il Paese.
I problemi, invece, di chi scappa per disperazione sono invece a casa nostra. Chi deve lasciare le proprie radici vive una maggiore drammaticità del distacco e ha maggiore bisogno di supporto, un supporto che, in condizioni ideali, sarebbe più economico e umanamente premiante se ‘erogato’ in Italia.
Chi è eletto all’estero ha una visione nitida e molto concreta, e non ideologica, di questo fenomeno e Roma dovrebbe accettare di ascoltarci con maggiore umiltà e non ragionando sul vecchio stereotipo dei cervelli in fuga. I talenti si muovono e si muoveranno sempre di più e’ un fatto contro cui si lotta inutilmente, che anzi dovrebbe essere raccolto dall’Italia che sarebbe il terreno fertile per l’eccellenza in molti settori. Pur con profili diversi, l’emigrazione ‘disperata’ di molti giovani italiani, è un fenomeno parente a quello di molti immigrati che raggiungono le nostre coste. Quindi il problema ha una soluzione se affrontato in Italia e qui all’estero possiamo solo porci il dovere morale di limitare i danni a chi arriva a Londra, come a New York o Berlino. Lo si può fare con assistenza e interventi propri, ma non ci sono le risorse, oppure dando spazio alle iniziative meritevoli della società’ civile per come declinata nelle diverse comunità.

6) Cosa dovrebbe fare il nostro paese per promuovere al meglio il Made in Italy e attrarre maggiori investimenti da UK in Italia?

Proteggere l’identità del genio italiano che diventa Made in Italy. Supportare il valore del Made by Italians, in Italia o meno, perché se un italiano ha successo nel mondo tutto il Paese ne beneficia. Proteggere significa sostenere, tutelare e promuovere a livello di sistema. L’Italia anche nella promozione è parcellizzata e disorganizzata (il caso del turismo è emblematico). Un ente nazionale e venti regionali. Una superpotenza del settore rappresentata da una miriade di topolini che non si parlano tra di loro, che non fanno lobbying, anzi che competono… e che non si coordinano nemmeno con gli Istituti di Cultura, le trade agencies etc…. Ed è solo un caso.
Semplificare. Meno leggi inutili, più velocità, meno burocrazia e una tassazione che sia facile da comprendere, semplice, sostenibile. Le complicazioni sono un peso anche per la giustizia che è tutto tranne che una certezza vista da fuori. Ad oggi fare impresa in Italia è ancora un atto eroico o, se ci va bene, un terreno di conquista senza alcuna difesa.Se il nostro genio e il nostro territorio potessero contare di maggiori risorse e fossero liberati da pesi fiscali e normativi enormi, sono certo saremmo in grado di avere un nuovo rinascimento italiano.
Infine investire in educazione. Nell’individuo. Se l’educazione è una voce di spesa e non un’investimento, il bilancio non quadrerà mai.

7) Quali sono le “best practices” inglesi che vorrebbe introdurre in Italia?

Il rapporto con lo Stato. Persino con il fisco.
Il modello di fare impresa e di sostegno alle imprese anche nei momenti di difficoltà.
L’opportunità di vivere, creare e innovare come valore assoluto per la persona, per la cultura, per l’impresa.
Quel minimo rispetto del merito e delle regole, non come debolezza, ma come norma e rispetto per il prossimo.

8) Londra è ancora la “terra promessa” che è stata spesso descritta dai media oppure, negli anni, il mito si è smontato?

Londra è una terra promessa che chiede il sangue. Non è mai stata una destinazione di comodo, in venti anni non ho mai incontrato un italiano venuto qui per pigrizia. Il punto è che a Londra c’è terreno fertile per chi fa impresa, cultura, per chi vuole sentirsi a casa in un paese che è necessariamente cosmopolita (anche nonostante l’incidente della Brexit). Non è il posto perfetto per tutti. Non lo è mai stato e non lo sarà mai, però è un magnete unico al mondo, anche un po’ più facile da vivere grazie a noi italiani.

9) La Brexit sta creando e creerà una serie di problemi in UK: in concreto, cosa pensa di poter fare per migliorare le cose?

La Brexit è un problema grave, oltre  cui mi sembra stiamo subendo persino le continue variazioni di umore del governo inglese o dei burocrati di Brussels. A me preoccupano i problemi che inevitabilmente si creeranno in certi settori, quindi molte professioni e posti di lavoro, quindi a molte famiglie e al loro progetto di vita.
Un effetto domino che non possiamo dire non ci riguardi. Ci sono tre fronti su cui possiamo intervenire.
A livello politico: l’Italia non può pensare di interloquire da sola con Londra, ma deve, insieme ai partner europei, far valere le posizioni di una politica ragionevole che non cerca lo scontro, ma parte dalla vita delle persone. Il nostro Paese ha i numeri per poter giocare questo ruolo. Certo non può avere un atteggiamento spesso supino come negli ultimi anni. Dall’Italia ci aspettiamo anche che renda la nostra cittadinanza più completa e non di serie B, dandoci una reale parità a livello fiscale, previdenziale, assistenziale etc.
A livello amministrativo: dobbiamo correre in soccorso dei servizi consolari perchè diventino fruibili e non una condanna all’attesa per un qualsiasi documento. Dobbiamo liberare risorse per poter aumentare gli organici e i consolati decentrati, fornire servizi in remoto e pensare ad una gestione diversa del servizio passaporti che rischia di diventare incontrollabile.
E poi tocca a noi. Come comunità di privati possiamo darci una mano a rendere meno pesante il distacco con strumenti di supporto e di sviluppo. Penso alla promozione commerciale, agli strumenti finanziari, assicurativi, etc. Non è un male se ai nuovi problemi ci sono servizi di privati che danno soluzioni già da oggi per il bene di individui, famiglie e imprese.

10) Se dovesse trovare un aggettivo per definire la comunità italiana in UK quale sceglierebbe?

Gli italiani all’estero si spogliano di molti preconcetti e questo è un bene. Il paese che ci ospita, in qualche modo, ci ha educato a sopportarci un pò di più e a far ‘quadrato’ intorno ad alcune realtà comunitarie. Questo è un valore e le iniziative private che ho incontrato in questi anni sono meritevoli e sempre positive. Potrei citare molte charities italiane, la Chiesa Italiana e le sue attività, la scuola, il cinema etc… ma non vorrei mancare di rispetto ai molti che non riesco a nominare. Forse la comunità del passato era più calda e unitaria. L’ultima immigrazione esplosiva di questi anni è diversa. E’ una comunità più imprenditoriale, ma siamo terribili a fare rete; la stessa Camera di Commercio, di cui pure sono Patron, è rimasta ferma all’economia del passato (e – mi permetta – anche il sostegno politico che ha scelto di dare mi pare ‘stuck in the past’). E’ una comunità più mobile. Oggi uno viene a Londra, poi va a New York e magari poi torna a Milano. E’ ancora molto gelosa e legata ad alcuni schemi… mai possibile che dominiamo la ristorazione, il design, di noi si parla sempre in tv… ma non siamo in grado di lavorare insieme per qualche progetto comune? Guardia cos’hanno i francesi qui a Londra! Forse è inutile… siamo italiani alla fine, ma non sono pronto a rassegnarmi sui difetti miei e del mio popolo.

11) In caso di governo di coalizione: a chi si sente più vicino, e con chi, invece, non si legherebbe mai?

La coalizione di Centrodestra nasce come coalizione per governare, con una strategia chiara, dichiarata e condivisa, nonchè argine ai pericoli estremisti. Il centrodestra ha i numeri per vincere le elezioni e ottenere la maggioranza assoluta, nonostante una legge elettorale fatta apposta per non funzionare. La Sinistra, anche se unita, è ancora molto lontana da questi numeri. Difficilmente potrebbe governare con i 5 Stelle e se avesse una maggioranza relativa si andrebbe incontro ad uno stallo. Il presidente Berlusconi è stato chiaro: in questo caso, non ci sono ‘inciuci’ di lungo termine. Con i 5 Stelle, di cui pur stimo molte persone e l’aspirazione per un cambiamento, non penso sia possibile costruire nulla. Vedo nella loro posizione molti proclami populistici e confusi, molta presunzione e talvolta cattiveria. Il compito di noi candidati di Centrodestra è di far vincere una forza di governo e di ottenere la maggioranza dei seggi nella speranza di poterne occupare uno. Se non fosse così il 5 marzo si torna a lavorare per la Comunità italiana da privato cittadino.

@apiemontese

 

Matteo Cerri (FI, Lega, FdI): “Fuga di cervelli? L’Italia ora deve attirarli” added by Antonio Piemontese on February 12, 2018
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