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Inquinamento, la plastica è davvero ovunque

Rinvenuti, sulla costa di una remotissima isola dell’Oceano Indiano, 414 milioni di frammenti di oggetti in plastica. Un’invasione che ormai ha raggiunto tutti gli angoli del pianeta

(Foto: Getty Images)

5 bilioni di buste ogni anno. 25 milioni di tonnellate di rifiuti ogni mese. Un milione di bottiglie ogni giorno. I numeri relativi a produzione e consumo di plastica sono impressionanti. Ancor di più se si pensa che oltre la metà di tutta la plastica prodotta sul pianeta è progettata per essere usata una sola volta, e poi gettata via. L’inquinamento ambientale da plastica è così ubiquo che gli scienziati hanno suggerito di usarlo come indicatore geologico dell’avanzamento dell’era dell’Antropocene. Tra l’altro, nonostante i legislatori stiano cercando di correre ai ripari (l’Unione Europea, per esempio, ha appena approvato nuove norme volte a limitare la diffusione dei principali prodotti in plastica monouso entro il 2021 e a responsabilizzare produttori e consumatori) le previsioni sono tutt’altro che incoraggianti: secondo un report della World Bank, nei prossimi 30 anni la produzione di rifiuti in plastica crescerà del 70%. È lecito chiedersi, dunque, dove vada (e dove andrà) a finire tutta questa robaccia: la risposta, purtroppo, è dappertutto. La plastica ha già invaso il pianeta: è sulla superficie degli oceani, sotto i ghiacci delle montagne, sul fondo degli abissi marini, sulle coste di isole remotissime, persino nel nostro corpo. Di seguito alcuni esempi, per ricordarvi come e perché dovremmo limitare il più possibile il consumo di oggetti in plastica e incentivarne il riciclo. Altro che Life in plastic, it’s fantastic.

La Garbage Patch
(Immagine: Getty Images)

È certamente (e purtroppo) l’accumulo più noto. Il suo nome completo è Great Pacific Garbage Patch, ma è anche conosciuto come Pacific Trash Vortex o, in italiano, come Grande chiazza di immondizia del Pacifico. Si tratta di un enorme insieme di spazzatura galleggiante, composto per lo più da plastica, situato più o meno al centro dell’Oceano Pacifico. Enorme vuol dire realmente enorme, di fuori da ogni iperbole: sebbene l’estensione della grande chiazza non sia nota con precisione, si ipotizza che sia compresa tra 700mila chilometri quadrati a oltre 10 milioni di chilometri quadrati (più della superficie degli Stati Uniti, per intenderci). L’accumulo esiste dall’inizio degli anni Ottanta, e si è formato a causa dell’azione di una corrente oceanica spiraleggiante che cattura i rifiuti galleggianti e li aggrega tra loro, creando quella che ormai è una vera e propria isola. Di plastica.

Sul fondo della Fossa delle Marianne
(Foto: Jamstec)

Quasi undici chilometri di profondità. Pochissime creature viventi, molte delle quali sconosciute ai tassonomisti. Assenza totale di luce e pressione elevatissima. La Fossa delle Marianne è certamente uno dei luoghi più inospitali e remoti al mondo, ma non per la plastica. Uno studio recentemente pubblicato dalla Japan Agency for Marine-Earth Science and Technology (Jamstec), un ente di ricerca giapponese, ha messo in luce la presenza di rifiuti di plastica, tra cui persino diverse buste, proprio sul fondo della Fossa delle Marianne. Gli scienziati hanno raccolto dati e immagini dagli abissi marini servendosi di speciali sommergibili controllabili a distanza (i cosiddetti Rov, ovvero Remote operated vehicle), e quello che hanno osservato non li ha lasciati soddisfatti: “Il nostro studio”, hanno scritto, “mostra che diversi detriti in plastica, in particolare derivanti da oggetti monouso, hanno raggiunto le regioni più profonde dell’oceano. I risultati mostrano l’esistenza di un collegamento chiaro tra le attività umane e la presenza di inquinanti in luoghi anche molto lontani, e suggeriscono che diverse specie animali nel Pacifico nordorientale potrebbero essere a rischio”.

Un’isola inaccessibile, ma non per la plastica
(Immagine: Scientific Reports)

È un’isola remotissima, al largo dell’Oceano Indiano, con una popolazione di appena 600 abitanti. Eppure, le sue coste sono invase dalla plastica. 977mila scarpe e 373mila spazzolini, tanto per dare qualche numero. Si chiama Cocos Island, e a certificare l’invasione è stata un’équipe di scienziati dello Institute of Marine and Antarctic Studies alla University of Tasmania, che in un articolo pubblicato su Scientific Reports hanno evidenziato come il volume di detriti sull’isola sia un indicatore “dell’aumento esponenziale di inquinamento da plastica” ed evidenzi “un trend preoccupante nella produzione e abbandono di prodotti monouso”. Oltre a scarpe e spazzolini, gli scienziati hanno infatti catalogato posate, buste, bottiglie e cannucce. Che rischiano di distruggere per sempre l’ecosistema e l’economia della piccola isola, che sopravvive di pesca e turismo.

Sulla cima dell’Everest
(Foto: Namygal Sherpa/Afp/Getty Images)

È uno dei sogni proibiti di tanti scalatori, che sborsano un mucchio di soldi (e rischiano la vita) per raggiungerla. E purtroppo vi lasciano la loro impronta indelebile: stando a un report della Agence France Press, persino la cima del monte Everest, la vetta più alta del mondo, non è immune dall’inquinamento da plastica. “È disgustoso”, ha commentato Pemba Dorje, uno degli sherpa che ha scalato la montagna decine di volte. “L’Everest si sta riempiendo di plastica. E la cosa peggiore è che non ci sono abbastanza persone per monitorarlo e ripulirlo”. Al momento, circa 800 persone ogni anno tentano la scalata della montagna, e si stima che la quantità di immondizia che rimane lassù sia pari a circa 132 tonnellate ogni anno. Non proprio briciole, insomma, tanto che il governo nepalese ha deciso di correre ai ripari, imponendo a ogni gruppo di ascensionisti un deposito cauzionale di 4mila dollari prima di iniziare la scalata: lo zaino degli alpinisti viene pesato prima e dopo l’impresa e si subisce una multa di 100 dollari per ogni chilogrammo mancante (c’è da dire che la misura rischia di essere inefficace, dal momento che gli scalatori spendono fino a 100mila dollari per avventurarsi sull’Everest, e 100 dollari sono ben poca cosa al confronto). Da ricordare – ed encomiare – gli sforzi di diversi gruppi di attivisti, tra cui lo Sagarmatha Pollution Control Committee, che negli ultimi 25 anni hanno avviato una serie di spedizioni per ripulire i fianchi della montagna.

Nella pancia (e intorno) alle creature marine
(Foto: Getty Images)

L’Enea lo ha detto chiaro e tondo: “Entro il 2050 nel mare avremo più plastica che pesci”. E i primi a pagare il conto di quest’invasione, neanche a dirlo, saranno le stesse creature marine. Di casi drammatici – capodogli spiaggiati con la pancia piena di rifiuti, meduse e tartarughe imbrigliate in buste e cordame, pesci sventrati da spazzolini e cannucce – è ormai piena la cronaca. Una ricerca pubblicata su Royal Society Open Science ha addirittura mostrato che persino gli anfidopi, piccoli crostacei simili a gamberetti che vivono nelle profondità del mare, ingeriscono microplastica che si accumula nel loro intestino fino a provocarne la morte.

È dentro di te
(Immagine: Getty Images)

Oltre che fuori, la plastica è anche dentro. Dentro il nostro corpo, per la precisione: secondo uno studio inglese, mangiamo ben 114 fibre di plastica (in media) durante ogni pasto. Che verrebbero non solo dal cibo ma anche dalle polveri domestiche che finiscono nel piatto. A raccontarlo, sulle pagine di Environmental Pollution, un’équipe di ricercatori dell’Università di Heriot-Watt di Edimburgo: analizzando i piatti nei quali si consumano i pasti, in ambienti domestici diversi tra loro, gli scienziati hanno dedotto che una persona ingoia, in media, 68.415 fibre di plastica potenzialmente pericolose, semplicemente sedendosi a tavola. Burp.

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