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Inquinamento da plastica

La plastica galleggiante onnipresente nei mari non è che una minuscola frazione di quella che gettiamo: si stima che soltanto 250.000 di 4-12 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno si riversano negli oceani affiorino in superficie: di tutto il resto si perde traccia. Dove va a finire?

 

Una serie di studi internazionali presentati nel corso dell’ultima edizione del meeting della European Geosciences Union, a Vienna, prova a far luce su questo tema. Erosione, raggi UV e azione microbica degradano la plastica, che cambia densità e rimane in balia delle correnti: a mano a mano che i frammenti sono spinti verso il fondale, diventa più difficile tracciarli.

Discariche sommerse. Alethea Mountford (Università di Newcastle, Regno Unito) ha sfruttato un modello computerizzato delle correnti oceaniche per capire dove vadano a finire i frammenti di plastica di tre diverse densità una volta che spariscono dalla superficie. Il modello ha ipotizzato una presenza di accumuli a diverse profondità e a migliaia di metri dalla superficie nel Mediterraneo, nell’Oceano Indiano e nelle acque che circondano il Sudest asiatico.

 

Molta di questa plastica si deposita sui fondali e persino nelle fosse oceaniche: un recente studio dello stesso gruppo di ricerca ha individuato tracce di microplastiche nello stomaco dei crostacei nella Fossa delle Marianne. Ma i movimenti dei rifiuti di plastica non sono sempre così lineari.

 

 

Andata e ritorno. Eric van Sebille, professore di Oceanografia e Cambiamenti climatici all’Università di Utrecht, Paesi Bassi, sospetta che la maggior parte della plastica presente negli oceani torni poi a riva: questa dinamica spiegherebbe la differenza tra la quantità di plastica che finisce in mare e quella che poi effettivamente si ritrova in acqua. L’idea è che i frammenti portati dai fiumi restino per qualche tempo nelle zone costiere, e siano poi ributtati a riva dalle onde. Concentrare gli sforzi di pulizia sulle coste potrebbe interrompere questo pressoché infinito viavai.

 

Al mare e in montagna. Infine, una serie di studi condotti nell’estate 2018 sul Ghiacciaio dei Forni nel Parco Nazionale dello Stelvio, da un team di studiosi dell’Università degli Studi di Milano e dell’Università di Milano-Bicocca, ha riscontrato una grande quantità di microplastiche sul ghiacciaio alpino: da 28 a 74 particelle per ogni chilogrammo di sedimenti analizzati, una quantità paragonabile a quella rilevata nei sedimenti marini costieri europei.

 

Si stima che nell’intera lingua del ghiacciaio siano intrappolati 131-162 milioni di frammenti di plastica, portati dall’inquinamento diretto degli escursionisti (e derivanti, per esempio, dall’usura dell’abbigliamento e delle scarpe) o trasportate da masse d’aria di non chiara localizzazione.  

 

Marea di plastica: la nostra spazzatura in mare

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