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Il voto di Sandokan cambia la Malaysia - Huffington Post

Il voto di Sandokan cambia la Malaysia – Huffington Post

Sandokan ha votato. Ed è una rivoluzione politica in Malaysia. Ovvero nella federazione erede della Malesia britannica, gli stabilimenti degli Stretti della Malacca, più alcuni stati musulmani della penisola malese più le due ex colonie di Sua Maestà del Borneo inglese, Sarawak e Sabah. Un crogiolo di paesi, protettorati e colonie britanniche, culture, etnie e religioni, con una maggioranza di popolazione malay di fede musulmana. E con la presenza importante di comunità cinesi, indiani Tamil e tribali. Un vero crogiolo sulla strada della modernizzazione. Basta andare a Penang, per capire lo sviluppo tecnologico e la presenza industriale avanzata che caratterizza anche questo “tigrotto asiatico” poco conosciuto da noi, ma non per questo meno importante.

La Malesia, famosa in Italia per i racconti di Emilio Salgari sulle avventure di Sandokan contro il Rajah bianco di Sarawak (James Brooke della omonima dinastia, realmente esistita verso la fine dell’Ottocento), ha cambiato governo. Anzi ha cambiato blocco politico dominante. Fin dall’indipendenza, “merdeka” in malese, fino a oggi, o meglio fino alle recentissime elezioni del 9 maggio scorso, la federazione malaysiana è stata governata dalle coalizioni dominate in modo indiscusso dall’UMNO, il partito nazionalista malay, espressione dell’etnia malay, quella maggioritaria come abbiamo visto.

Per capire quello che sta accadendo in Malaysia, che conosce, per la prima volta, una “alternanza” democratica (anche se le cose non fanno pensare all’evoluzione del sistema politico verso una dinamica di alternanza), ai vertici del potere politico, bisogna andare un po’ indietro nella storia. Nel 1969 gravissimi scontri etnici, fra malaye cinesi, sconvolsero Kuala Lumpur, la capitale.

Gli incidenti impaurirono la classe politica della neonata federazione. I malay erano la maggioranza sociale e quindi elettorale, ma i cinesi, in Malesia come in molti paesi del sud est asiatico, costituivano la borghesia delle professioni e degli affari. Con l’indipendenza, i malay avevano conquistato il potere politico ma quello economico rimaneva nelle mani della borghesia cinese provocando tensioni sociali rilette in chiave etnica. Gli scontri del 1969 erano il risultato di quella frattura.

La soluzione fu la “New economic policy”, uno schema di politica economica di forte sviluppo dirigistico del capitalismo nazionale e di azione affermativa a favore della maggioranza malay. La NEP malese ha avuto successo, creando le basi per una forte nuova borghesia malay, fortemente intrecciata con il regime dell’UMNO, ma comunque robusta. La politica economica ha avuto successo ma ha anche allargato anche i divari sociali all’interno dei malaystessi e ha accresciuto le basi della corruzione politico-economica.

Le contraddizioni del modello malaysiano di sviluppo sono da tempo venute alla luce e difatti il regime dominante dell’UMNO, ormai da almeno un decennio, è entrato in forte fibrillazione. L’affaire Anwar, già vicepremier federale, passato all’opposizione proprio per cercare di riformare il regime dominante sganciandolo in parte dai vincoli della NEP, e poi inquisito e processato con accuse ritenute da buona parte della pubblica opinioni speciose, ha costituito in questi anni la spina nel fianco del declinante Governo UMNO.

Manifestazioni e proteste per una legislazione elettorale, e un assetto dei media più compatibile con i processi democratici, il Movimento Bersih, hanno scandito e accompagnato in questi anni la crisi del regime che oggi è definitivamente esplosa con la vittoria del fronte di opposizione, chiamato “Coalizione della speranza“, Pakatan Harapan. Una coalizione formata da due partiti dissidenti dell’UMNO, il “People’s Justice Party'” di Anwar e il “Malaysian United Indigenous Party”, la nuova formazione fondata da Mahathir Mohamed, nonché dal partito più rappresentativo dei cinesi, il DAP, “Democratic Action Party”, e dal partito islamista progressista. L’Alleanza della speranza ha conquistato il 49,59 per cento dei voti popolari e 121 seggi parlamentari. Il “Fronte Nazionale“, “Barisan Nasional” in malay, la coalizione dominata dalla solita UMNO, ha preso solamente il 36,42 per cento con 79 seggi mentre il 13,67 per cento dei suffragi e 18 seggi sono andati al partito islamista conservatore. Una vera disfatta per il blocco politico dominante.

Il nuovo primo ministro malaysiano è Mahathir, l’anziano leader che aveva già governato la federazione dal 1981 al 2003, per ben 18 anni, come leader dell’UMNO. È il leader controverso che colpì i diritti civili ma anche lo statista che ha rilanciato lo sviluppo del paese con grandi programmi di infrastrutture. È pure il leader asiatico che propose la “East Asian Community” come punto di riferimento dei paesi est-asiatici, autonomo dagli Stati Uniti, puntando sui cd “valori asiatici”. Anwar era il suo vice, prima di diventare il reietto della politica malaysiana. Ma negli ultimi mesi, le loro strade si sono incrociate ancora una volta, Mahathir è diventato il chairman della nuova coalizione delle opposizioni, mentre Anwar è ridiventato il suo stretto alleato.

Insomma, come si sarà capito, la Malaysia cambia strada: la fine del regime dominante dell’UMNO è di portata storica per questo paese che controlla, assieme alla città-stato di Singapore (nata peraltro dalla secessione proprio dalla Malaysia), la rotta marittima più importante del mondo, gli stretti della Malacca. Se si va a Sentosa, a sud di Singapore, si assiste a uno spettacolo impressionante: un lungo infinito budello di navi, superpetroliere e super-portacontainers che si sviluppa lungo uno strettissimo corridoio di acque profonde, l’accesso migliore se non l’unico fra l’Oceano indiano e quello pacifico, quindi fra Africa e Medio oriente da un lato, e Asia orientale dall’altro.

Uno spettacolo che da solo spiega l’altissimo valore strategico della Malesia, e di Singapore e l’ovvia importanza che avevano anche ai tempi dell’Impero britannico. Allora era la Via delle spezie, oggi è la rotta per la Cina. Che cosa accadrà ora in questo paese così speciale (abbiamo ricordato sbrigativamente che l’etnia maggioritaria è di religione musulmana: la Malaysia assieme all’Indonesia, costituisce il blocco musulmano del sud est asiatico, altro fattore geopolitico di enorme importanza come si vede anche in queste ore, dopo l’attentato contro chiese cristiane a Java, Indonesia)?

Per cercare di capirlo, ritorniamo agli scontri sino-malay del 1969: la frattura sociale dominante nel paese è appunto quella etnica e sociale allo stesso tempo fra malay e cinesi. Per superare quella frattura esplosiva venne ideata e implementata la NEP, assieme alla formula della coalizione di partiti etnici, comprendente UMNO e piccoli partiti etnici cinesi e indiani. Mahathir, nel corso del suo lunghissimo periodo di governo come premier UMNO, era stato critico verso Penang, lo stato a Nord della federazione, a maggioranza etnica cinese, con una robusta opinione pubblica e società civile. Ora lo stesso Mahathir si trova strettamente alleato con il Partito di azione democratico, di orientamento progressista e rappresentativo dei cinesi, il cui leader ora diventerà ministro delle finanze. Ancora una volta, questo è il succo, la politica malese si sviluppa sull’asse delle relazioni fra malay e cinesi.

Mahathir, il controverso premier dell’applicazione delle leggi di sicurezza nazionale interna (eredità del governo coloniale britannico: spesso si ci dimentica che la Malaysia fu il luogo di una dura guerra contro la guerriglia comunista prima della guerra del Vietnam), si re-inventerà come premier della unità sino-malese? Un tema affascinante di questi tempi! Forza Sandokan!

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