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Il riscaldamento globale accende la battaglia per la Groenlandia - Viaggi News
lunedì , novembre 19 2018
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Il riscaldamento globale accende la battaglia per la Groenlandia

Il riscaldamento globale accende la battaglia per la Groenlandia

Fino a pochi anni fa la Groenlandia attirava poco l’attenzione internazionale. Troppo remota, sottopopolata e fredda. Le cose però stanno cambiando, e molto in fretta. Tanto da spingere cinesi, danesi e americani a interessarsi alle sorti di tre misconosciuti aeroporti groenlandesi. Ma andiamo con ordine.

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A causa del riscaldamento globale l’Artico potrebbe acquisire, nel corso del XXI secolo, una centralità inedita nella storia umana. I primi segnali già ci sono: per esempio il 21 agosto il Financial Times riportava che di lì a pochi giorni la Maersk Line (punta di diamante del colosso danese dello shipping e della cantieristica Maersk) avrebbe fatto partire la prima nave portacontainer dal porto russo di Vladivostok, sull’Oceano Pacifico, a San Pietroburgo. Nulla di eccezionale, se non fosse per la rotta seguita dalla nave, una grande portacontainer “ice class”: attraverso lo stretto di Bering, e poi lungo l’aspra costa artica russa.

I russi la chiamano “Rotta del Mare del Nord”. E potrebbe cambiare la geopolitica mondiale. È una rotta che fa gola a molti. Alla Cina, che si autodefinisce “Stato quasi-artico” e parla di “Via della seta polare” (Polarsilk road). La rotta potrebbe portare le merci dello Zhejiang e del Guangdong ai ricchi mercati europei (e americani) senza passare per l’Oceano Indiano e lo stretto di Suez, per la gioia (si fa per dire) di indiani e arabi.

Anche Washington e le capitali del vecchio continente hanno rizzato le orecchie. Interessano sia le nuove rotte commerciali, sia le gigantesche risorse energetiche e minerarie che l’Artico potrebbe custodire: sino a 90 miliardi di barili di petrolio, per esempio, secondo una stima del 2008 dello U.S. Geological Survey.

Ecco perché la Groenlandia inizia ad apparire sempre più spesso sui radar delle cancellerie di mezzo mondo. L’immensa isolaPaese autonomo all’interno del regno di Danimarca – non solo vanta risorse naturali ingenti, ma si trova tra Eurasia e Nord America (dove tra qualche decennio potrebbe essere praticabile il passaggio a nord-ovest, attraverso l’Arcipelago Artico canadese).

E così, quando si è saputo dell’interesse di un’azienda cinese per partecipare al potenziamento di due aeroporti groenlandesi (quello di Nuuk, la capitale, e quello turistico di Ilulissat) e alla costruzione di un terzo aeroporto (Qaqortoq), è scoppiato un mezzo caso internazionale. Gli Usa, che a Thule – nella Groenlandia del nord – hanno una base aeronautica strategica, hanno fatto trasparire la loro preoccupazione ai danesi. A loro volta ansiosi di non restare fuori dal più importante investimento infrastrutturale della storia groenlandese, dal valore di oltre mezzo miliardo di euro.

Alla fine la Danimarca (che ogni anno passa alla Groenlandia, senza troppo entusiasmo, un grosso contributo chiamato Bloktilskud) è riuscita a convincere il governo groenlandese a farla entrare nel progetto. In cambio di oltre 90 milioni di euro, otterrà il 33% di una società creata dal governo groenlandese per gestire il progetto. Che, dice a eastwest.eu il giornalista danese Martin Breum, «è importante per il futuro della Groenlandia e delle relazioni tra i due Paesi, e perché i groenlandesi vedano il proprio governo gestire sfide complesse».

Secondo Breum, che è esperto di questioni artiche, «l’accordo raggiunto dal primo ministro della Danimarca e dal premier della Groenlandia significa che l’isola non dovrà chiedere in prestito altri soldi all’estero per finanziare i progetti dei due aeroporti principali. Quindi non avrà alcuna ragione per farsi prestare denaro dalla Cina, cosa che la Danimarca temeva invece facesse».

Alcuni in Groenlandia, nota Breum, «vedono l’accordo come un tentativo della Danimarca di accrescere la sua influenza in Groenlandia. Temono che gli ultimi quattro decenni di sforzi per ridurre la dipendenza dalla Danimarca e ottenere l’indipendenza possano risentire del nuovo accordo. Altri lo considerano una grande vittoria della Groenlandia, poiché riduce l’onore finanziario del progetto».

In effetti l’accordo con i danesi ha mandato su tutte le furie il Partii Naleraq, partito popolare indipendentista che sino a pochi giorni fa era uno degli alleati della coalizione di governo del premier socialdemocratico Kim Kielsen. Quanto all’irritazione di Washington, secondo lo storico Thorkild Kjaergaard «la Groenlandia da un punto di vista geografico è parte del Nord America, e quindi rientra nella dottrina Monroe del 1823, che sancisce che nessuna nuova nazione è benvenuta nel continente americano (la Danimarca c’era già allora)».

Per il professor Kjaergaard, «è assolutamente impossibile che gli americani non fermino ogni tentativo cinese di ottenere influenza in Groenlandia. Possono farlo con una telefonata a Nuuk dalla Casa Bianca (o da uno dei loro sottosegretari agli esteri a Washington), ma preferiscono che sia la Danimarca a fare il lavoro»

Secondo l’esperta di Artico Mia Bennett, assistant professor di geografia presso l’università di Hong Kong, «in realtà il governo cinese non è più interessato alla Groenlandia di quanto non lo sia ad altri Paesi artici, come ad esempio l’Islanda, la Russia e persino la Finlandia. La Groenlandia tende a fare notizia perché l’impatto che la Cina potrebbe avere lì è molto più grande di quello che potrebbe avere in qualsiasi dei tre Paesi citati sopra, a causa della popolazione locale esigua». Per questo stesso motivo gli Stati Uniti osservano ciò che succede nell’isola con molta più attenzione che in altre parti dell’Artico. Del resto, la Groenlandia fa parte del continente nordamericano.

@gabrielecatania

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