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Il Leone d’oro alla Lituania

Immaginare una spiaggia senza mare

 

Sun Sea (Marina) è il titolo dell’opera-performance scritta da tre artiste lituane: la filmmaker e regista teatrale Rugilė Barzdžiukaitė, la scrittrice, drammaturga e poetessa Vaiva Grainytė, l’artista, musicista e compositrice Lina Lapelytė. Assieme hanno già lavorato a Have a Good Day! (2013), opera e pièce teatrale per dieci cassiere del supermercato che cantano a cappella la routine del loro lavoro tra i bip dei prodotti scansionati, assieme a vicende più intime. Elaborata durante una residenza all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda, presentata al Padiglione lituano della 58ima Biennale di Venezia curato da Lucia Pietroiusti, Sun Sea (Marina) ha ottenuto il Leone d’oro. 

Il Magazzino 42 si trova in una zona defilata dell’Arsenale, nelle mani della Marina Militare e non del Comune, mai utilizzato finora per un evento artistico. Dei tre indirizzi che circolano il primo che tento è sbagliato: la guardia del circolo della marina è già stufo, dopo soli due giorni, di dire che no, lì dentro non c’è nessun padiglione lituano, che è una zona militare protetta e che bisogna fare il giro dell’Arsenale – che, per inciso, occupa il 15% della città.

All’interno del padiglione giacciono 35 tonnellate di spiaggia lituana che, alla fine della Biennale, confluiranno al Lido. Si osservano dal ballatoio del piano superiore che corre su quattro lati; immerso nel buio, rende ancora più luminosa la scena che si apre sotto ai miei occhi. Su questa spiaggia non manca nulla: asciugamani e qualche sdraio, ciambella e braccioli, racchette da tennis, bocce e carte da gioco, bottigliette d’acqua e termos, una bicicletta e un cane pacioso. E ci sono anche gli zainetti con dentro, tiro a indovinare, qualcosa da leggere, qualcosa da sgranocchiare e qualcosa da mettersi addosso quando più tardi si alzerà il vento. 

Non è poco, eppure lo spazio non è sovraccarico; è una spiaggia libera, affollata nelle intenzioni delle artiste ma ariosa agli occhi di un italiano abituato allo spazio centellinato e delimitato dalla sfilza d’ombrelloni dei nostri litorali.

La soffusa luce artificiale si amalgama con quella veneziana. Ho la fortuna di trovarmi qui in una giornata soleggiata; il primo giorno hanno dovuto aggiungere alcune stufe a fungo per i performer intirizziti che qui trascorrono tutta la giornata in costume. Non abbagliante come quella di mezzogiorno, non chiaroscurale come quella del tramonto, la luce è tersa, quella di un sole che non scotta, che non necessita di una crema che filtra le radiazioni ultraviolette.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Penso alla luce sensuale della pittura tonale veneziana, agli squarci limpidi dei cieli, ai riverberi dell’acqua, alle pietre dei palazzi e al loro riflesso ondulato nella laguna. Trattandosi del padiglione lituano, sarebbe tuttavia più giusto evocare le spiagge baltiche: il sole che tramonta tardi, le dune mobili di sabbia come nel deserto, i pezzetti d’ambra a riva, l’acqua gelida in cui si mette un piede per ritirarlo subito e che stravolge il rapporto poroso col Mediterraneo.

A causa della spossatezza che attanaglia corpo e mente nei giorni dell’inaugurazione, non mi accorgo subito che in Sun Sea (Marina) manca qualcosa, l’elemento più iconico della vita da spiaggia: gli ombrelloni. Non ci sono perché coprirebbero o comunque filtrerebbero la visuale da sopra, ma anche perché non c’è alcun solleone, quello che squaglia la palla di gelato, bensì nient’altro che gli sguardi di una cinquantina di spettatori. E, in questo deposito dalle pareti scrostate, manca un elemento ancora più essenziale, come realizzo quando un bambino indossa una maschera da immersione: il mare. Sun Sea (Marina) è una spiaggia senza mare, in una città costruita sulla laguna, sorta e circondata dall’acqua. 

È curioso perché il mare è a portata di mano: basta girarmi per vedere, attraverso le finestre oscurate, la laguna salmastra. In lontananza scorgo il bacino di carenaggio delle Gaggiandre e l’ingresso del Padiglione Italia e mi sento sollevato di trovarmi qui e non lì. Perché tanto qui la curatela è discreta quanto lì è imponente, così che molti ricorderanno, dell’Italia, più l’accrocco labirintico che il suo contenuto, cioè le opere degli artisti.

 

Presente all’orizzonte, il mare resta inaccessibile in quanto noi spettatori – come i performer – siamo al chiuso. Il mare è nel retroscena, nell’immaginazione dei bagnanti e nel testo di Marie Darrieussecq nel catalogo-vinile, Précisions sur les vagues, “un catalogo enciclopedico delle onde, che descrive il modo in cui si formano. Si tratta di un luogo importante: raccordano l’acqua e la terra”. Senza mare, quella di Sun Sea (Marina) è così una spiaggia artificiale non meno che metafisica, in una biennale che rigurgita di ambientazioni oniriche e allucinanti, da Laure Prouvost al Dream Journal di Jon Rafman.

 

Costruire l’inoperosità

 

Metafisica, però, lo è fino a un certo punto, perché la spiaggia di Sun Sea (Marina) è popolata da una ventina di performer. Ne conto 23 più un cane, corpi di una spiaggia qualsiasi: in costume e in maglietta, giovani e invecchiati, magri e corpulenti, glabri e pelosi, atletici e pingui, pallidi e abbronzati. E soprattutto indolenti. A chi mi chiede cosa fanno i performers rispondo niente in particolare, cioè tutto quello che ci si aspetta dai bagnanti, micro-azioni di corpi su una spiaggia soleggiata. In ordine sparso: mangiano fave, leggono libri, fanno cruciverba, consultano il cellulare, si spalmano creme solari, schiacciano un pisolino, giocano a tennis, si stirano, disegnano, portano a spasso il cane, puliscono il telo da mare dalla sabbia o creano un montarozzo di sabbia a mo’ di leggio. Manca giusto – elemento della promiscuità mediterranea – la radiolina che, gracchiante, trasmette tormentoni estivi allo stesso ritmo con cui i giornali riportano fatti di cronaca nera.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

C’è però qualcosa che fanno tutti, o meglio che non fa nessuno: essere assorbiti dall’opera-performance. I bagnanti infatti parlottano bellamente, come se niente fosse, senza però coprire la musica e il canto. I bambini, i più vispi, giocano come se fossero veramente al mare: che siano inconsapevoli di entrare nella storia della biennale? Lo penso prima di rendermi conto che, in oltre un’ora d’osservazione, non li sorprendo mai a sbirciare col naso all’insù quelle cinquanta facce adulte che non smettono di osservarli e fotografarli e riprenderli. Non diversamente dagli adulti più navigati, stanno lì come se non avessero occhi addosso, come se fossero sul mar Baltico.

Noi, vestiti, affacciati alla balaustra; loro distesi, in costume. A vederli dall’alto mi viene in mente meno un drone che un acquario, la cui trasparenza c’inganna sulla possibilità di stabilire un contatto con chi sguazza al suo interno. Perché il pesce, da che mondo è mondo, è muto e inconsapevole di vivere nell’elemento acquatico.

Non solo i performer non fanno niente di non-ordinario, niente che non mi aspetti (l’azione più concitata – la più fotografata – è il signore anziano che si alza in piedi per stirarsi), ma non sembrano affatto recitare. C’è una certa fluidità sulla loro presenza non-mediata: c’è chi esce e c’è chi entra in modo saltuario, segno di una coreografia snella, perlomeno per le comparse che non cantano, tra cui non mancano parenti delle artiste.

 

Alcuni persino sbadigliano, dove lo sbadiglio, per la sua natura contagiosa, contiene comunque il germe dell’empatia e del far comunità. “Bisognerebbe anche vedere che cos’è la pigrizia nella vita moderna. Ha notato che si parla sempre di un diritto agli svaghi ma mai di un diritto alla pigrizia? Mi domando del resto se da noi, occidentali e moderni, esista: non far nulla. Anche persone che hanno una vita completamente diversa dalla mia, più alienata, più dura, più laboriosa, quando sono libere non fanno: ‘nulla’; fanno sempre qualcosa” (Roland Barthes).

Sun Sea (Marina) circoscrive un lembo di spiaggia quieto, senza musica pecoreccia, senza puzza di fritto, senza schiamazzi e senza romantici tramonti; non è la spiaggia di “con le pinne fucile ed occhiali”, e nemmeno quella di “sapore di sale”. Ognuno di noi può proiettarci le proprie memorie estive. Lo stesso vale per i performer, cui è stato chiesto di comportarsi come se fossero al mare – ma cosa c’è di meno naturale del senso di naturalezza ricercato dalle artiste lituane?

Torpore del corpo, ozio della mente, inoperosità, sospensione del tempo: di questo parla Sun Sea (Marina). Solo che, trattandosi di un’opera cantata, questa sospensione è ritmata da un libretto in inglese e da una musica suddivisa in 23 arie di una durata complessiva di circa un’ora e dieci. Assistiamo così non all’inoperosità ma alla sua costruzione, non alla sospensione del tempo ma alla sua costruzione, tanto più abile quanto più discreta e, da molti, inavvertita. Affacciati al ballatoio come al balcone di un teatro, di questa pièce musicale disponiamo persino del libretto, così da poterne seguire per filo e per segno lo svolgimento. A casa scarico e riascolto la musica, registrata su disco da 87 cantanti da Vilnius e Venezia, come se fosse Arvo Pärt.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Cantare la pelle sensibile

 

Se nessuno sembra assorbito dall’opera-performance, quasi tutti – bambini e comparse esclusi – cantano assoli o arie, indossando microfoni quasi invisibili. Lo fanno con tale discrezione che non capisco mai chi sta cantando e, assieme ai miei vicini, andiamo alla ricerca di una bocca aperta che tradisce la sorgente canora. Restano distesi, al massimo si siedono, nessuno prende la posa di chi sta intonando un assolo.

“Songs of almost nothing”, come si legge in catalogo? Sì e no. Una storia è abbozzata: un viaggio in aereo, un vulcano che erutta – Eyjafjöll nel 2010? –, un atterraggio d’emergenza, un contrattempo, una sosta da amici, una coppia che si forma. Una storia imprevedibile come l’amore, insomma. Per il resto si toccano questioni ecologiche: a) il cambiamento climatico, con temperature pasquali a natale: “The beginning of May brought frost and snow / And winter gives us buds and mushrooms”; meduse galleggianti accanto a bottigliette e buste di plastica colorate, fuse in un unico paesaggio policromo: “O the sea never had so much color!”; b) l’impatto del turismo di massa, con visite guidate della Grande barriera corallina, piña colada inclusa nel pacchetto; c) l’industria alimentare, come nel “Commento del filosofo” che, mangiando una banana, specula sulla strada che ha compiuto per arrivare tra le sue mani.

Non mancano due gemelle uscite da una stampante 3D che piangono la distruzione della natura. Immortali, saranno ristampate “in un pianeta vuoto, senza uccelli, animali e coralli”; non resterà loro che ristampare in 3D tutto ciò che sarà ormai estinto.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Stravaganze di chi, passando la giornata col naso all’insù, guarda il cielo e avvista gabbiani e rondini di mare o inveisce contro chi sporca la spiaggia (“What’s wrong with people?”). Ma, come una nuvola, fanno capolino anche le preoccupazioni legate al lavoro, l’angoscia di essere considerato un loser dai colleghi, la spossatezza dei workaholic. Uno sfinimento da camuffare perché sul luogo di lavoro l’ingiunzione è sorridere – Have a Good Day! come recita la pièce precedente delle artiste lituane. Inesistente “come un mammut”, questo senso di sfinimento, alla fine, erompe “come lava”, secondo le parole del libretto. Ecco che non dell’otium ma dei giorni di ferie è la spiaggia, quella del tempo libero come tregua dal lavoro: “People have been planning / All year long their ten days off vacation, / which they only take once every year”.

Ritroviamo le preoccupazioni proprie alla generazione dei trentenni: le tre artiste sono nate nella metà degli anni ottanta, e Rugilė Barzdžiukaitė ha da poco girato il documentario Acid Forest. Nella bossa nova finale di Sun Sea (Marina) una signora canta in quattro lingue – l’unica sezione multilingue – le istruzioni di una crema per proteggere la pelle ipersensibile: quella dei bagnanti, certo, ma anche quella altrettanto fragile della Terra. Con un salto di scala, quei corpi che scruto dall’alto non sono lontani dall’immagine della Terra dai satelliti. Ciononostante, ed è questa la bellezza ipnotica di Sun Sea (Marina), emana un senso di leggerezza vacanziera che, malgrado la più fredda inaugurazione della biennale di tutti i tempi, sento avvicinarsi.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Addomesticare il mare

 

Sun Sea (Marina) inscena un locus amoenus marino, lontano dal tema delle bagnanti in pittura, con la sua erotizzazione dello sguardo sul nudo femminile, disinibito e inconsapevole di essere guardato e concupito.

In un libro ormai classico, lo storico delle sensibilità Alain Corbin ha ricostruito il fascino dell’uomo per quei territori-limite che sono il mare e le sue rive, prima considerati come aberrazioni della Creazione divina (non diversamente dalle montagne), ostili, abissali, indomabili, diabolici secondo una visione teologica debitrice del Diluvio. A partire dalla metà del XVIII secolo, con l’evoluzione della sensibilità, della geografia degli affetti e della medicina che lega la salute dell’uomo all’ambiente in cui vive, il mare e le sue rive diventano luoghi salutari, alla stregua delle campagne, fino allora unico riparo dalle patologie urbane. 

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Il mare del Nord è preferito al miasmatico e pestifero Mediterraneo. Esposizione agli elementi, terapia balneare, bagni terapeutici che esaltano i benefici della pelle esposta alla luce e bagnata dalle onde. Sentimento romantico del paesaggio marino (leggasi sublime, là dove prima si vedeva solo orrore) che persegue la rêverie, l’introspezione psicologica e soprattutto il punto di fusione tra lo sguardo e l’immensa distesa acquatica che si spalanca davanti. Nascono il pittoresco, le stazioni balneari e la società Belle Epoque, un teatro a scena aperta, nonché il turismo che considera questo territorio vuoto – o del vuoto, come precisa Corbin – un terreno di caccia.

 

Se prima si veniva al mare durante l’inverno per curarsi, per la cultura e per il sesso, nel XX secolo si frequenta d’estate per il sole, per il calore e per vari piaceri. Si comincia ad amare il sole piuttosto che la luce, secondo la lettura di Jean-Didier Urbain. Ancora un passo e arriviamo al culto del corpo abbronzato, agli sport nautici e, siamo al de profundis, a Venezia come location per matrimoni esclusivi organizzati da zelanti wedding planner.

 

Espandere la performance

 

Sun Sea (Marina) reinventa il tableau vivant – l’irruzione del vivente nell’immagine – all’epoca dei reality show. È, ipotizzo, una performance espansa non per la sua durata reale, visto che un ciclo si compie in poco più di un’ora ma anzitutto per la sua messinscena. 

Se l’improvvisazione è tenuta a bada, Sun Sea (Marina) è una performance disinvolta e a tratti scafata. Ad esempio, mentre sono lì, una sdraio di colpo s’affossa; il bambino si siede allora composto sulla spiaggia finché un adulto l’aggiusta, senza che quest’imprevisto stoni con l’insieme o interferisca in qualsiasi modo col suo svolgimento. Oppure le due gemelle – decisive in quanto al centro della scena, catalizzatrici del nostro sguardo –, stufe di stare a terra vanno in un angolo a giocare a tennis. Per non parlare delle comparse che, in tempo reale, rispondono ai messaggi sul cellulare.

Ora, ed è qui che volevo arrivare per concludere, espansa lo è, Sun Sea (Marina), anche rispetto alla storia della performance. Se non è facile iscriverla all’interno di questa pratica artistica, non lo si deve solo alla natura ibrida del padiglione lituano, nato dalla riuscita fusione di universi eterogenei, ma anche al destino della performance. Oggi include un po’ di tutto, estendendosi al di là della sfera artistica, diventando sinonimo di efficienza, che sia in campo commerciale, sportivo o sessuale. 

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

La performance storica è inscindibile dalla postura concettuale di quegli artisti che volevano scavalcare la produzione di un oggetto, il modello produttivo della merce che l’arte mutua dall’economia, il sistema dell’arte sostenuto dal mercato. Tino Sehgal lo ha colto lucidamente parlando della necessità di non produrre qualcosa di materiale al fine di smarcarsi dal “modello di produzione economica predominante”. Che Sun Sea (Marina) debba qualcosa alle “situazioni costruite” di Tino Sehgal? Diversa l’interazione tra i performer e il coinvolgimento degli spettatori; diverse le intenzioni e i temi trattati; diverso l’uso del contesto espositivo e la riflessione critica sull’istituzione. Eppure entrambi usano il motivo musicale come filo conduttore, l’intensità della dimensione live, il corpo come strumento sonoro…

 

Sin dagli anni sessanta i performer si sono rivolti alla musica, alla danza e al video, introducendo la temporalità come elemento centrale delle loro azioni effimere e facendo del corpo – del loro corpo messo a nudo – un medium non reificato. Un corpo eroico messo alla prova, meno “soggetto di” che “soggetto a”, che sia la ripetitività del gesto, la ferita e il dolore, lo sfinimento fisico, la durata infinita.

Con Sun Sea (Marina) le tre artiste lituane hanno dato vita a una performance espansa o a quella che Marie de Brugerolle, riflettendo sullo stato della performance nel primo ventennio del XXI secolo, all’epoca del re-enactment, ha chiamato post-performance. Sul modello del post-medium, il “post” non indica qui un “after”, come tiene a precisare, ma una continuità storica. Un passaggio “dal monumentum al momentum”, a una fase “antieroica, non-tragica, che indaga spazi e residui negativi”. È una performance consapevole di essere rappresentata, capace di prendere le distanze da se stessa, di giocare con la sua messinscena. 

Una performance, aggiungo, che immagina il mar Baltico in laguna con una semplice spiaggia. E in assenza del mar Baltico e della laguna. Quello che resta, credetemi, non è poco.

 

Rugilė Barzdžiukaitė, Vaiva Grainytė, Lina Lapelytė, Sun Sea Marina, performance, Biennale Arte 2019, Venice, Andrej Vasilenko.

Nota

 

Per non girare tutto il Sestriere Castello, l’indirizzo del padiglione lituano è Calle de la Celestia 2737/B, https://www.sunandsea.lt/en. Ringrazio Meta Maria Valiusaityte per aver condiviso con me alcuni retroscena sulla realizzazione di Sun Sea (Marina).

Have a Good Day! è stato visto al Teatro Argentina di Roma nel maggio 2018, nell’ambito di FLUX – Festival delle Arti. Lina Lapelytė è stata già esposta in Italia in diverse occasioni: la performance Ladies (2015-17) al padiglione baltico della Biennale d’Architettura di Venezia nel 2016, alla mostra Magma. Il corpo e la parola nell’arte delle donne tra Italia e Lituania dal 1965 ad oggi a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Laima Kreivytė all’Istituto centrale per la grafica di Roma (2017-18); la performance Yes. Really! (2015) in Exploring… Step 1, a cura di B. Carpi De Resmini, AlbumArte, Roma 2017.

 

Roland Barthes intervistato da Christine Eff, in “Le Monde Dimanche”, 16 settembre 1979, in italiano su doppiozero: https://www.doppiozero.com/materiali/lettura/osiamo-essere-pigri?fbclid=IwAR13uV4kA24AU3_Ee35eVi6hLMxHTl0RPeSnQ1kFeg9Skcdsqi570WCXe-Q

 

Alain Corbin, Le Territoire du vide. L’Occident et le désir du rivage, 1750-1840, Aubier 1988

 

Jean-Didier Urbain, Au soleil. Naissance de la Méditerrannée esitvale, Payot 2014

 

Marie de Brugerolle, Post-performance Future, Mousse Magazine, 63, April-May 2018, pp. 266-275

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