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Gli aborigeni denunciano il governo australiano perché gas serra e carbone stanno distruggendo le terre ancestrali

I cambiamenti climatici stanno distruggendo le loro terre ancestrali e le loro case, per questo gli indigeni australiani voglio agire contro il governo federale chiedendo alle Nazioni Unite di far rispettare i diritti umani. Si tratta della prima battaglia legale che ha come tema i cambiamenti climatici.

Gli abitanti dell’isola dello Stretto di Torres in Australia combattono per salvaguardare il proprio ambiente.

“Abbiamo il diritto di praticare la nostra cultura nelle nostre terre ancestrali, a cui apparteniamo. La nostra cultura ha un valore che nessun denaro potrebbe mai compensare. La nostra cultura inizia qui su questa terra. Noi siamo connessi con la terra e il mare”, spiega uno degli aborigeni Kabay Tamu.

Cosa sta succedendo? Una delle comunità che vivono nello Stretto di Torres ha deciso di denunciare il governo federale per far sì che vengano introdotte politiche contro i cambiamenti climatici che siano in grado di diminuire le emissioni di gas ad effetto serra.

Il 13 maggio scorso, la battaglia legale è stata avviata e segna una volta storica perché la denuncia non è stata depositata in un tribunale ordinario, ma al comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite, composto da 18 esperti internazionali.

We’re supporting Torres Strait Islanders to bring a world-first #climatechange case on #humanrights grounds. Add your voice: tell Australia‘s PM to act on climate now. https://t.co/kzKGgzz0B1 #OurIslandsOurHome pic.twitter.com/ICG6cWO67j

— ClientEarth (@ClientEarth) 12 maggio 2019

I popoli indigeni sono sostenuti da ClientEarth, l’organizzazione governativa che racchiude giuristi ambientalisti. Entrambi chiedono a gran voce che ci sia l’abbandono del carbone come fonte primaria di produzione energica e la riduzione delle emissioni di C02 nell’atmosfera.

Ma non solo, propongono di stanziare circa 12 milioni di euro (20milioni di dollari australiani) per costruire delle dighe che proteggano i popoli indigeni dall’innalzamento del livello dei mari, provocato dallo scioglimento dei ghiacci polari.

Come sappiamo, lo Stretto di Torres è una regione selvaggia incontaminata, che contiene la parte più settentrionale della Grande Barriera Corallina. L’area ospita una delle culture viventi più antiche del mondo, oltre a specie rare come tartarughe in via di estinzione. Ma i cambiamenti climatici mettono a rischio la loro vita su queste isole.

“L’avanzata dei mari sta già minacciando le case, così come i cimiteri e i siti culturali sacri. Molti isolani sono preoccupati che le loro isole potrebbero letteralmente scomparire senza un’azione urgente, con gravi conseguenze sulla loro capacità di praticare la loro legge e cultura”, scrive l’organizzazione ClientEarth.

L’innalzamento delle temperature marine influisce anche sulla salute degli ambienti marini in tutto lo Stretto di Torres, attraverso lo sbiancamento dei coralli e l’acidificazione degli oceani. Se le barriere coralline e la vita marina che dipende da loro sono danneggiate, lo stile di vita degli isolani potrebbe essere a rischio.

“In questo momento, il governo australiano non ha politiche sufficienti per raggiungere il suo obiettivo di riduzione delle emissioni del 26-28% entro il 2030. Gli scienziati dicono che questo obiettivo deve essere aumentato per proteggere le popolazioni più vulnerabili al mondo e per avere qualche possibilità di salvare le isole e la Grande Barriera Corallina”, si legge ancora.

Per questo i popoli indigeni chiedono che il loro governo federale raggiunga l’obiettivo di 1,5 gradi previsto dall’ Accordo di Parigi aumentando l’obiettivo di riduzione delle emissioni ad almeno il 65% (rispetto ai livelli del 2005) entro il 2030, andando poi a zero nel 2050 e la dismissione graduale del carbone.

Accanto alla battaglia legale, i popoli indigeni lanciano una petizione per salvare lo Stretto di Torres dai cambiamenti climatici FIRMA QUI LA PETIZIONE

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Dominella Trunfio

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