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Giorgio Manganelli, l’Africa disperata

Nessuno di noi può immaginare la povertà africana se non la tocca. In quella stessa epoca, avevo un amico che per motivi di lavoro passava lunghi mesi nell’Africa subsahariana.

Quando tornava, gli chiedevo: «Ma che c’è in Africa?», e lui mi rispondeva sempre: «Niente». Non capivo.

Davvero. Poi, venti anni più tardi, attorno al 1990, ebbi l’occasione di girare un documentario in Kenya, sulle missioni della Consolata di Torino.

Percorsi, in jeep, circa duemila chilometri, da una missione all’altra, attraversando il vuoto, fino alle rive del lago Turkana, e, attorno alle missioni, nei villaggi solitari che descrive Manganelli, vidi finalmente cos’era il «niente» di cui parlava il mio amico. Il niente era niente, nel senso che gli esseri umani che vivevano in quei luoghi non avevano letteralmente niente.

Gli uomini più fortunati bevevano un bicchiere di tè al giorno (motivo per quale, col loro bastone, giacevano tutto il giorno a terra, affidando alle donne il trasporto di quattro legni per il fuoco); i bambini fortunati accolti dalle missioni avevano come pasto giornaliero un pugno di fagioli; se le suore del Cottolengo non riuscivano ad arrivare in tempo a prenderseli, i bambini nati deformi venivano eliminati dagli stessi genitori, e diventavano niente; alcuni villaggi erano vuoti, cioè «niente», perché l’Aids, dal primo all’ultimo dei suoi abitanti, aveva sterminato tutti. Adesso, i più «fortunati», abbandonano i villaggi dove si beve una tazza di tè al giorno, le periferie delle città che sono lazzaretti o trincee di guerra, e consegnano i loro risparmi a dei signori che li portano a morire nel deserto o in mare.

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