venerdì , Marzo 22 2019
Home / Africa / Etiopia: le colorate case degli Halaba

Etiopia: le colorate case degli Halaba

Per gli Halaba dell’altopiano etiopico, i muri delle loro povere abitazioni sono come tele da dipingere. Le pareti vengono affrescate da disegni vivaci che raccontano storie e sogni. Così la bellezza dell’arte vince sulla durezza della vita.

In preda al delirio colonialista, nel 1935 le truppe italiane entravano nei villaggi d’Etiopia cantando il ritornello «Il tucul è una capanna, dove Zambo fa la nanna», oscenamente allusivo, razzista (Zambo è un termine ispanico per dire “negro” in modo dispregiativo) e ignorante come il fascismo sapeva essere. Di fatto, la parola tucul ha origine arabo-sudanesi e indica un’abitazione diffusa in molte zone dell’Africa per la sua semplicità costruttiva e architettonica: un basso cilindro isostatico fatto di vari materiali (dalla terra cruda alla pietra) con un alto tetto conico in pali ricoperti di paglia. A camminare sull’acrocoro etiopico si incontrano innumerevoli tucul sparsi a grappolo. Appaiono tutti eguali, eppure ognuno è fatto a misura delle persone che vi abitano.

La morfologia delle case in Africa non è meramente funzionale; spesso è irriverente nei confronti di geografia, clima, storia, posizione, religione, in quanto è plasmata sulla persona. Su questo assioma si basa l’architettura senza architetti degli Halaba, le cui case sono ora dipinte di vivaci soggetti, dentro e fuori, ma un tempo parevano di fango puro.

Rinascimento artistico

Lungo la strada che da Shashemane porta a Soddo, a sud-ovest di Addis Abeba, gli Halaba occupano un territorio di savana aperta, a una quota tra i 1700 e i 2000 metri, dove, oltre ad allevare vacche stente, coltivano mais, teff, sorgo e l’immancabile peperoncino rosso per il berberè. Gli Halaba fanno quel che possono, in un’area semiarida tagliata fuori dai flussi economici del Paese. In realtà, le loro tradizioni orali e alcune fonti storiche parlano di “nobili” origini yemenite, con successivi insediamenti in Harar, una delle città sante dell’islam. È forse a partire dalla memoria dei colori vivaci delle case di Harar che parte il Rinascimento artistico halaba, che vede un fiorire di decorazioni interne ed esterne sulle pareti di fango, un tempo totalmente disadorne se non negli architravi in legno rozzamente intagliato.

Pittore di successo

Le pareti sono ricoperte di fiori, simboli, disegni geometrici, storie religiose (islamiche e cristiane), desideri, messaggi e citazioni, oggetti importati a dimostrazione di status, animali domestici o il leone di Giuda, l’alto cappello degli uomini halaba, un kalashnikov, le case stesse in quanto principale proprietà materiale e spirituale, sogni, tanti sogni. I colori usati sono pigmenti naturali: nero, rosso, bianco. Gli altri, come il verde prediletto dagli islamici di Harar, non sono considerati “tradizionali”, a dimostrazione di come la tradizione possa essere inventata da zero.

I pittori, tutti piuttosto giovani, si fanno ben pagare e sono famosi localmente come le rock star. Rejevo ha solo diciassette anni, ma è molto richiesto per l’accuratezza del segno. «Quando mi chiedono di disegnare qualcosa che non conosco, come la Ka’ba della Mecca, allora consulto internet», dice.

Attrazioni turistiche

Anche negli ambienti più deprivati, la bellezza vince sulle miserabili considerazioni funzionali. Per esempio, le coperte sui letti di terra dei tucul spesso sono “in tinta” con le decorazioni murali.

Per capire, vedendo le pitture sulle case, il centro principale da visitare è la cittadina di Kulito, la cui popolazione multietnica ha favorito il rinascimento visivo degli Halaba. Qui comincia a esserci un accenno di flusso turistico; come conseguenza, la comunità inizia a organizzare visite guidate alle povere e colorate abitazioni. Anzi, l’arrivo dei visitatori occidentali è stato un ulteriore stimolo a sviluppare la propria propensione artistica. Le decorazioni non risolvono i problemi di tutti i giorni, ma aiutano ad affrontare la vita, a renderla più bella e più fantasiosa. Dice un muratore halaba: «Fare case è ereditario, me l’ha insegnato mio padre, ma le decorazioni sono cosa mia. Mi vengono in sogno durante la notte».

(Alberto Salza – foto di Eric Lafforgue)

Leggi Anche

“Acqua per tutti, non lasciamo indietro nessuno” / Notizie / Home

“Acqua per tutti, non lasciamo indietro nessuno” è l’appello delle Nazioni Unite per la Giornata …