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Blog | Quanto ci costerà scegliere fra carne vera e di laboratorio?

L’autore di questo post è Andrea Ciucci, PhD in filosofia contemporanea, prete cattolico, ufficiale della Pontificia Accademia per la Vita. Lavora sui nessi tra antropologia, etica ed esperienza religiosa, con particolare riferimento alle nuove tecnologie, alla comunicazione, alla condizione giovanile e familiare, al cibo. I suoi libri migliori sono per bambini –

La nuova emergenza carne arriva dal sud est asiatico, dove da qualche tempo è esplosa una nuova e terribile epidemia di peste suina africana. Anche l’Economist e Nature hanno dato visibilità a quella che potrebbe risultare una delle emergenze alimentari più gravi del prossimo futuro. Il virus, comparso la prima volta all’inizio del secolo scorso in Africa, è innocuo per l’uomo ma si diffonde facilmente, con una mortalità del 90% a motivo della sua incurabilità e dell’inesistenza di vaccini efficaci, tra la popolazione suina, su cui è basata una parte decisiva dell’alimentazione asiatica. Apparso nel Nord Est della Cina nell’estate del 2018, il virus si è diffuso rapidamente in tutto il sud est asiatico (Cambogia, Mongolia e Corea del Nord le nazioni più colpite); in Vietnam, dove i suini coprono il 75% dell’intero consumo alimentare di carne, ha già causato l’abbattimento del 4% dell’intera popolazione di maiali; il primo caso a Hong Kong è stato registrato a metà maggio e le autorità sanitarie della Corea del Sud, delle Filippine e dell’Australia sono già in stato di allerta. I costi, naturalmente, hanno iniziato ad aumentare e la mafia cinese è già entrata in scena, fiutando guadagni importanti.

Quella della prossima Aporkalipse, così l’Economist, è però solo uno dei motivi di preoccupazione che sempre più emergono relativamente all’aumento del consumo alimentare di carne. Accanto infatti alla fragilità sanitaria degli allevamenti contemporanei, incrementata dalla riduzione della varietà delle specie che rende al contempo più efficace e più debole il sistema produttivo, vanno ascritti almeno altri tre elementi, particolarmente evidenziati dall’impennata della richiesta di carne (+50% nei prossimi trent’anni, stime FAO) che impone strategie di allevamento intensive, capaci di rispondere alle richieste alimentari dei 10 miliardi di persone che si stima abiteranno il pianeta nel 2050.

Il primo argomento è certamente quello della sostenibilità ecologica: la produzione della carne, soprattutto bovina, è considerato oggi uno dei principali motivi di aumento di produzione umana di CO2 e di consumo di acqua dolce. Come dice Barack Obama: “Climate exchange is at the end of your fork”.

Un secondo motivo di preoccupazione è di tipo sanitario. È ormai provata la correlazione tra un consumo esagerato di carne rossa (quale quello che caratterizza oggi l’alimentazione di molte popolazioni occidentali) e obesità, diabete di tipo 2, disturbi cardio circolatori e alcuni tipi di cancro.

La terza questione, di matrice etico filosofica, riguarda infine i diritti degli animali e la violenza insita in ogni pratica alimentare carnivora, temi sostenuti non soltanto dalla nicchia dei consumatori vegetariani e vegani. La questione ha guadagnato recentemente la ribalta della cronaca grazie a non poche inchieste giornalistiche che hanno mostrato le terribili condizioni di vita degli animali (attenzione immagini forti!) che crescono in allevamenti intensivi. Il consumatore medio, non più abituato ad associare alla bistecca acquistata già confezionata al supermercato un animale vivo e costretto alla morte per soddisfare il suo bisogno alimentare, ha riscoperto la violenza ben nota agli antenati che, in regime economico di sussistenza, erano necessariamente abituati alla brutalità della caccia o dello sgozzamento di un maiale.

Fragilità degli allevamenti industriali, rischi alimentari ed ecologici, perplessità etiche sembrano condannare senza appello un regime alimentare fondato su un massiccio consumo di carne. A questa complessa critica radicale, il mondo della ricerca agroalimentare sta rispondendo in un modo articolato, a partire da un assunto che può essere così formulato: la nutrizione umana ha certamente bisogno di un adeguato apporto proteico ma non necessariamente di origine animale.

In un volume edito nel 2018, il Future Food Institute di Bologna ha recensito il tentativo di rispondere in modo nuovo alla richiesta proteica della nutrizione umana, evidenziando almeno due linee diverse e recensendo alcune pratiche industriali già in atto.

La prima forma di approvvigionamento proteico per l’alimentazione umana è certamente quella offerta dal consumo alimentare di insetti, già culturalmente diffuso nelle gastronomie di diversi paesi asiatici e americani. Se non esistono perplessità dal punto di vista nutrizionale, tale sistema risulta però, almeno allo stato attuale, del tutto indigesto ai consumatori occidentali, che provano ribrezzo e disgusto al solo pensiero di sgranocchiare ragni e cavallette fritte; non sembra essere sufficiente neanche la soluzione spesso adottata di ridurre gli insetti a farine alimentari a forte contenuto proteico da utilizzare nella produzione di cibi accettabili dai palati europei e nord americani.

Il secondo filone di ricerca è quello invece che cerca forme sostitutive di produzione di carne, risposta che nasce non solo dal bisogno di soddisfare la richiesta di proteine ma anche dalla passione sfrenata per hamburger (tredici miliardi di pezzi venduti nel 2018) e bistecche. Alla domanda di carne non proveniente da allevamenti, la ricerca alimentare ha risposto con una duplice modalità di produzione. La prima è quella che ricava un prodotto alimentare del tutto simile alla carne bovina (compreso quel rivolo di sangue che appare in fase di cottura, tanto apprezzato dai consumatori di hamburger) da un materiale base di origine vegetale (la così detta plant based meat). Sui banchi dei supermercati si trovano già i prodotti di Beyond Meat, Impossible Food, Veg Butcher.

fonte

La seconda tenta invece di produrre una sorta di carne sintetica, a partire da cellule animali la cui carne si desidera riprodurre (la così detta cell based meat); qui il punto di partenza è più chiaro, una certa continuità è assicurata, i biologi sostituiscono gli allevatori, i laboratori le fattorie. I costi sono però ancora proibitivi: a oggi 16.000 dollari al chilo!

Davanti a un armamentario scientifico così raffinato e complesso, la domanda relativa alla sostenibilità economica del progetto è certamente lecita. I costi di produzione della carne sintetica di origine vegetale sono ancora alti, anche se in netto calo: il prezzo di un hamburger di Impossible Food, lanciato all’inizio della sua commercializzazione a 36 dollari al pezzo, è oggi sceso a poco più di 16 dollari. Gli investitori sono però ottimisti, vista la domanda in assoluta ascesa e i primi positivi risultati. Se nel 2017 il mercato della carne sintetica ha generato un giro di affari di 4,2 miliardi di dollari, secondo una ricerca di Global Meat Substitutes Market, nel 2025 si prevede di arrivare a 7,5 miliardi di dollari.

Qualora si dovesse arrivare a una produzione industriale di massa, andrebbe però valutato anche il costo ecologico della carne di origine vegetale che richiederebbe, come sta accadendo ora con il biofuel, un investimento di nuove terre coltivabili. Non sono però i costi di ricerca e produzione quelli che, alla fine, potrebbero risultare i più cari.

La prima domanda la pone Benanti nel suo “L’hamburger di Frankenstein”: perché il più grande finanziatore della ricerca sulla carne sintetica è il cofondatore di Google e non gli investitori tradizionali del comparto agrotecnico? Quale portata, in termini di costi e benefici, ha l’inserzione della pratica alimentare nel flusso omogeneo della costruzione digitale della realtà?

La seconda domanda solo a prima vista sembra interessare solo annoiati filosofi ancora in cerca dell’essenza delle cose: la carne sintetica è vera carne? Lo sganciamento totale della produzione di carne (animale o addirittura vegetale) dall’allevamento di animali viventi ha conseguenze non piccole: anzitutto esso è compiuto per rispondere alla domanda di proteine che giustamente necessitano alla vita umana. Lo spostamento dell’attenzione dal mangiare al nutrirsi è significativo e non privo di conseguenze sulla comprensione della vita, del proprio corpo, delle forme sociali in cui i due diversi gesti si compiono. Altrettanto potente risulta poi l’ennesimo allontanamento tecnologico della vita umana contemporanea dalle forme di vita che abitano da questo pianeta. È interessante notare che le confezioni di Impossible Food non riportano alcuna immagine che rimandi a una mucca, cercando di marcare più la distanza che l’affinità. Quali narrazioni culturali (e quindi commerciali e pubblicitarie) saranno necessarie per farci digerire una bistecca di laboratorio?

In secondo luogo, la risposta tecnico scientifica di fatto potrebbe evitare anche il rischio di dover spendere risorse ed energie nella costosissima opera educativa che interviene non sulla risposta di mercato ma sulla domanda. Perché spiegare, faticosamente e in modo costoso, che non è necessario mangiare tutta quella carne ogni giorno, se ne abbiamo a disposizione in quantità, prodotta in modo indolore e ecologico grazie a laboratori incredibilmente efficienti? Quali sono i costi sociali ed economici di un comportamento umano incapace di cogliersi nei limiti segnati dal proprio corpo e dalla rete della vita in cui si è inseriti?

Queste scelte, infine, quali costi sociali porteranno? Da un lato sembrano poter assicurare, almeno a medio termine, una risposta adeguata al bisogno di proteine per i molti abitanti di questo pianeta; al contempo potremmo dover registrare il rischio di un ennesimo generatore di differenza sociale, prodotto questa volta su un’inversione a oggi quasi sorprendente: e se fra qualche anno la carne, quella vera, frutto della macellazione di un bovino cresciuto libero di pascolare su ridenti prati montani, diventasse un lusso per pochi ricchi, disposti a pagare cifre immense il piacere di un po’ di natura?

Mark Post, CSO dell’olandese Mosa Meat, alla domanda se la carne sintetica sia vera carne, risponde “si e no insieme. Dal punto di vista scientifico certamente sì: istologicamente e biochimicamente la carne prodotta da cellule animali è esattamente la stessa. Ma se guardiamo dal punto di vista culturale, certamente no”.

E la cultura costa sempre un sacco di soldi.

Twitter @donciucci

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