mercoledì , Aprile 24 2019
Home / Africa / Antoine de Saint-Exupéry, trasvolatore dell’anima

Antoine de Saint-Exupéry, trasvolatore dell’anima

Questo articolo sulla vita e le opere di Saint-Exupéry è stato pubblicato sul Primato Nazionale di giugno 2018

Anche chi non legge libri ha certo sentito parlare della «fiaba per adulti» Il Piccolo Principe, il libro in assoluto più tradotto nel mondo (253 lingue) e tra i più venduti (sesto in classifica con oltre 140 milioni di copie). Ma di tutti quelli che conoscono questo libro, forse solo la metà sa citare il nome del suo autore; e tra questi solo una minima percentuale conosce la vita e l’opera di Antoine de Saint-Exupéry. Escludendo ovviamente i francesi, per i quali lo scrittore è un autentico mito, più o meno come accade per noi con Gabriele d’Annunzio: con la differenza che mentre qui in Italia d’Annunzio, nella sua dimensione extra-letteraria come eroe di guerra e rivoluzionario, è appannaggio di pochi, viceversa in Francia Saint-Exupéry è noto al grosso pubblico anche per quel che fu come uomo.

Una vita avventurosa

Chi è dunque Antoine de Saint-Exupéry? Nato a Lione il 29
giugno del 1900, trascorre un’infanzia felice (di cui nutrirà sempre una
costante nostalgia) nei castelli di famiglia nonostante la morte del padre,
scomparso quando lui ha soltanto 4 anni. Quella felicità sarà interrotta
drammaticamente dalla morte, a soli 15 anni, di François, l’inseparabile amico
(di due anni più giovane) che lo aveva nominato «esecutore testamentario» e, 20
anni dopo, così ricordato da Saint-Exupéry: «Se fosse stato un costruttore di torri, mi avrebbe chiesto di
realizzare la sua torre. Se fosse stato padre mi avrebbe affidato l’istruzione
dei suoi figli. Se fosse stato pilota di guerra mi avrebbe affidato il suo
giornale di bordo. Ma era solo un bambino e mi ha lasciato un motore a vapore,
una bicicletta e una carabina».

Il piccolo Antoine manifesta precocemente la passione per il
volo: una passione così smisurata da riuscire ad avere il battesimo dell’aria
all’età di 12 anni, in un’esperienza subito riversata in letteratura scrivendo,
appena sceso dall’aereo, un poema; e definendo così i due corni entro i quali
tende la corda della sua esistenza: il volo e la narrativa. Nel 1921 consegue
il brevetto di pilota civile e, nello stesso anno, subisce il primo di una
lunga serie di incidenti (spesso anche gravi) dovuti non certo a insipienza ma
alla sua audacia temeraria. Nel 1922 ottiene il brevetto militare, accompagnato
dalla promozione al grado di sottotenente di riserva, che gli permetterà di
entrare a far parte del gruppo da caccia del 33° reggimento d’aviazione, e da
un secondo incidente, con frattura del cranio.

La sua opera più nota
è il libro più tradotto
in assoluto nel mondo,
in ben 253 lingue

Ma è nel 1927 che per Saint-Exupéry i sogni infantili e le
aspirazioni adolescenziali trovano una prima gratificazione. Pilota di linea,
assicura i collegamenti postali Tolosa-Casablanca e Dakar-Casablanca con
caposcalo Cab Juby, deserto alle spalle, oceano Atlantico di fronte, in piena
rivolta marocchina e abitando una sorta di capanno in compagnia di vari animali
tra cui un camaleonte e una volpe. Spesso si avventura in incontri con berberi
e altri abitanti del deserto, impegnandosi a imparare l’arabo. Capiterà che i
piloti di alcuni aerei precipitati o abbattuti a fucilate dai mauri saranno
presi in ostaggio e liberati su riscatto, oppure uccisi; il recupero dei
dispersi nel deserto (a cui Saint-Exupéry parteciperà più volte) sarà sempre
un’avventura estrema. È proprio a partire da questa esperienza di volo nel
deserto che scrive il suo primo romanzo, Corriere del Sud (1928), che
riscuoterà subito un grande successo. Nel 1929 diventa direttore della gestione
della Compagnia Aeroposta Argentina e si trasferisce nel Paese sudamericano. Nel
1930, anno cruciale, partecipa alle ricerche e al salvataggio dell’amico pilota
Guillaumet e conosce la sua futura moglie, Consuelo. Frattanto, l’esperienza di
volo sulle Ande gli ispira il secondo romanzo, Volo di notte, che uscirà
nel 1931 con la prefazione di André Gide, valendogli il conseguimento del
prestigioso Premio Fémina e consacrandolo come scrittore.

Negli anni Trenta soggiorna spesso a Parigi, frequentando il
quartiere di Saint-Germain-des-Prés e gli scrittori più famosi che lo popolano:
fra tutti, Pierre Drieu La Rochelle e, più raramente, André Gide. Ad ogni ora del giorno e della notte è con l’amico fraterno Léon
Werth (a cui dedicherà Il piccolo principe) o in qualche locale a «farsi
un bicchierino» con Léon-Paul Fargue, altro suo carissimo amico. Intanto, di
romanzo in romanzo, nel 1939 arriva, con Terra degli uomini, a
conseguire un’altra prestigiosa riconoscenza: il Gran Premio dell’Accademia di
Francia.

Il volo e la narrativa
sono i due corni entro
i quali tende la corda
della sua esistenza

Ci si potrebbe soffermare sulla sua vita travagliata e
turbolenta, come inviato di guerra in Spagna nel 1936 e inviato speciale in
Russia per seguire i processi stalinisti; sulla sua attività di sceneggiatore
di film; sulle sue controversie con gli esponenti della resistenza anti-nazista
«perché non prendeva posizione»
(addirittura osò, con Drieu La Rochelle, fare un tour nella Francia di Vichy);
sulle altrettanto urticanti controversie con il generale de Gaulle che arrivò a
proibire la diffusione dei suoi libri nelle colonie; sulla sua vita a metà
strada tra il dandy e l’avventuriero; sulle mille leggende relative alla sua
scomparsa che lo fecero entrare nel mito – non per niente su di lui sono state
scritte decine e decine di biografie pregne di aneddoti ed episodi
spettacolari. Ma è necessario stringere la prospettiva selezionando quello che
fa di Saint-Exupéry il caso letterario e biografico più interessante per quanti
indagano la proposta filosofica ed esistenziale del Novecento a partire dalla
martellata nietzscheana: «Dio è morto».

Cittadella

La mattina del 31 luglio 1944, a Borgo, a sud di Bastia, prima di salire sull’aereo che non avrebbe più fatto ritorno, Saint-Exupéry consegnò all’amico capitano Gavoille una cartelletta che conteneva alcuni taccuini, qualche foglio manoscritto e le registrazioni di un dittafono. Tutto quel materiale si trasformerà in 985 pagine dattiloscritte, pubblicate nel 1948 da Gallimard con il titolo Cittadella e destinate a diventare un caso letterario assai dibattuto: quel lavoro, che avrebbe dovuto prendere forma di poema, è un’opera incompiuta per ultimare la quale, a dire del suo autore, sarebbero occorsi ancora almeno 15 anni – e «forse non la terminerò mai», confidò a una amico. Si dovrà attendere il 1979 per vederla pubblicata, seppure in forma censurata: un terzo rispetto all’originale e con molti capitoli accorpati e tagliati. Si dovrà così attendere il 2017 per avere, con i tipi di Aga Editrice, la versione integrale in lingua italiana.

I primi appunti di Cittadella sono datati 1936 ma,
data l’architettura dello scritto che ha più di un nesso con il Così parlò
Zarathustra di Nietzsche, non è azzardato collocare il germoglio della
prima idea nel 1926, ad Alicante, allorché Saint-Exupéry si apprestava a
partire per il Sahara spagnolo: «Mi porto Nietzsche sotto il braccio. Mi piace
infinitamente quel tipo. E questa solitudine. Mi stenderò sulla sabbia a Cap
Juby e leggerò Nietzsche», scrive a Renée de Saussine, la sua Rinette amica del cuore.

Se Nietzsche – che per curiosa coincidenza muore lo stesso
anno in cui nasce Saint-Exupéry: quasi una staffetta, per chi vede un nesso tra
i due – distilla il suo Zarathustra nella solitudine di Sils-Maria «a 6000
piedi sul livello del mare», Saint-Exupéry comincia a coltivare i germi del suo
poema nella solitudine del deserto. La similitudine sostanziale dello stato
d’animo emerge mettendo a confronto quanto si sa di Nietzsche con questa
lettera scritta da Saint-Exupéry alla madre da Cap Juby, nel 1927:

Inviso alla resistenza
francese e anti-nazista,
il generale de Gaulle
arrivò persino a proibire
la diffusione dei suoi libri
nelle colonie

«Vivo da eremita
nell’angolo più sperduto dell’Africa, in pieno Sahara spagnolo. Un fortino in
riva al mare, la nostra baracca a ridosso, e nient’altro per centinaia e
centinaia di chilometri! Il mare, al momento della marea, ci bagna
completamente e la notte, se mi appoggio alle sbarre della finestrella della
mia prigione – siamo in territorio ribelle –, vedo il mare sotto di me così
vicino come se fossi su una barca. Per tutta la notte sento le onde infrangersi
contro il muro.

L’altra facciata
del forte dà sul deserto. L’interno è spartano. Un letto, cioè una tavola con
del pagliericcio, un catino, una brocca per l’acqua. Dimenticavo gli accessori:
una macchina da scrivere e i moduli dell’aerostazione. Proprio come la cella di
un monastero. […] Ogni giorno regalo del cioccolato a una nidiata di piccoli
arabi, maliziosi e incantevoli. Sono diventato una celebrità fra i bambini del
deserto. Ci sono delle stupende fanciulle che hanno già l’aria di principesse
indù e mostrano atteggiamenti materni. Siamo ormai vecchi amici. Il marabutto
viene tutti i giorni a darmi lezione di arabo. Sto imparando anche a scriverlo:
me la cavo già abbastanza bene. Il pomeriggio invito i capi mauri a prendere il
tè. Ed essi ricambiano, invitandomi ad assaggiare il loro tè nelle tende a due
km di distanza dal forte, in mezzo al territorio dei ribelli dove nessuno
spagnolo è ancora stato. Ma io andrò ancora più lontano e senza rischiare nulla
perché ormai i capi mauri mi conoscono bene. Disteso sul loro tappeto osservo,
attraverso un lembo della tela, la sabbia calma, punteggiata di dune, il
terreno ingobbito, i figli dello sceicco che giocano nudi al sole, il cammello
legato accanto alla tenda. E ho una strana sensazione: non di distacco, non di
isolamento, ma come di un gioco che passa».

La sua opera presenta
molti punti di contatto
con la riflessione
filosofica di Nietzsche

Non è quindi difficile immaginare quanto questa atmosfera
abbia influito sulla trama di Cittadella: in una zona imprecisata del
Nordafrica un Caid berbero ammaestra il figlio che, avendone preso il posto
dopo il suo assassinio, rievoca la gioventù trascorsa all’ombra del padre
carismatico, del quale intende continuare l’opera. Il Gran Caid è colui che ha
ricevuto dalla divinità il potere di creare; è il delegato di Dio, colui che
affranca le coscienze sottomettendole all’ordinamento della comunità che
intende stabilire. Saint-Exupéry immagina così una sorta di Zarathustra del
deserto, intenzionato a trarre l’uomo dal vortice del nichilismo incombente
attraverso una imprescindibile tavola di valori: attinti però, a differenza del
profeta nietzscheano che invoca valori nuovi, a quelli arcaici e alla sapienza
ad essi correlata.

La questione metafisica, cioè la presenza di Dio come
cardine della polis, è aggirata superando la «scommessa di Pascal»:
conviene vivere come se Dio esistesse, perché così facendo si vive bene e, se
Dio esiste, si conquisterà la grazia eterna. Saint-Exupéry va oltre, correlando
la questione dell’esigenza dell’idea di Dio per tenere assieme l’impero con il
legame tra gli uomini: «Che importa
che Dio non esiste! Dio dà all’uomo il divino. La tua piramide non ha senso se
non termina in Dio… Perché in un primo tempo Dio dà un significato al tuo
linguaggio e il tuo linguaggio, se acquista significato, ti rivela Dio».  Perché «se
non c’è nulla al di sopra di te non puoi ricevere nulla se non da te stesso. Ma
che cosa puoi ricevere da uno specchio vuoto?». 

Il poeta-filosofo

Ora, per rendere appena fruibile al lettore il senso-significato di Cittadella, occorrerebbe uno spazio che nessuna rivista può concedere. Sul tema, in Francia si è aperto un dibattito infinito e di altissimo livello, di cui in Italia si è avuto solo un pallido riflesso sulle pagine di Civiltà Cattolica nei primi anni Ottanta, riassunto da Saint-Exupéry: l’Impero dell’anima (Aga Editrice 2017), il volume che, insieme a Saint-Exupéry: metafore e citazioni (della stessa editrice), intende fornire un’introduzione allo scrittore francese, il cui pensiero misconosciuto viene così sintetizzato da uno dei suoi migliori esegeti, Jean-Claude Ibert: «Il pensiero di Saint-Exupéry è filosofico, ma talmente sottomesso alla poetica che sfugge ad ogni sistema, e dirige quella difficile operazione che consiste nel conglobare vita e conoscenza in un medesimo atto di creazione. Saint-Exupéry, a differenza di altri scrittori contemporanei che “subiscono” o hanno “subito” il mondo moderno, lo hanno “pensato”. È a questo titolo che si è innalzato spesso a livello di intellettuale dei più influenti filosofi di questo mezzo secolo, mentre con la stessa disinvoltura dei poeti più grandi penetrava in quell’universo ove il sensibile eccede l’intellegibile». Si capisce dunque perché il Saint-Exupéry romanziere, filosofo, intellettuale non abbia avuto in Italia la notorietà accademica e la fortuna editoriale che ha avuto in Francia: non essendo riconducibile ad alcuna ortodossia ideologica, né incasellabile nelle ortodossie religiose, con il suo modo di vivere e i suoi scritti si pone totalmente fuori dagli schemi e non è fruibile ideologicamente. Non si è fermato alla narrativa, come hanno fatto i contemporanei Drieu La Rochelle o Céline – il che ne ha permesso lo sfruttamento commerciale nonostante la scelta della «parte sbagliata» – ma, appunto, è andato oltre, sconfinando in ambito filosofico per proporre un modello di uomo e un’idea di Stato differenti dai canoni consueti, di cui i baroni dell’italica cultura si sono erti a guardiani.

Maurizio Murelli

Leggi Anche

VResort Kiwengwa Zanzibar e Kenya: nuovi investimenti in Africa per Volonline

Un resort a Zanzibar in esclusiva e un netto potenziamento della programmazione sul Kenya accompagnato …