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Animali fotografici e dove trovarli - Viaggi News
venerdì , novembre 16 2018
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Animali fotografici e dove trovarli

Animali fotografici e dove trovarli

Ci sono ancora due settimane per visitare Lodi e scoprire le mostre del Festival della Fotografia Etica
: tra le decine e decine di mostre (tra cui “Arma il prossimo tuo” del collega Roberto Travan insieme a Paolo Siccardi), uno spazio interamente dedicato al rapporto tra uomo e animale.  

 

In tutte le possibili sfaccettature: dagli elefanti salvati in Africa immortalati da Ami Vitale, fotografa di National Geographic; alle “mucche turbo” delle fattorie intensive tedesche, super-mucche che per essere vendute vengono fotografate come fossero modelle d’alta moda (negli scatti di Nikita Teryoshin). Ci sono le lotte dei cani in Cina (Wu Jingli) e gli allevamenti di coccodrilli in Colombia, raccontati dal fotografo italiano Paolo Marchetti. Qui sotto trovate una gallery.  

 

Copyright

 

Storie forti, che scatenano emozioni ambivalenti: necessarie per capire il difficile rapporto che contraddistingue uomo e animale. Da vedere e rivedere e così provare a rispondere alla domanda che lo stesso Festival si fa: “Uomo-animale: quale futuro?”. 

 

Da sempre la fotografia ha mostrato le ambiguità del nostro modo di confrontarti con gli animali. Più di qualsiasi testo o altra forma di comunicazione. Pensateci: le immagini divertenti dei gattini sono tra le più viste e condivise di internet. Spesso, poi, capita di trovare nelle case delle famiglie, oltre alle foto di figli e nipoti, anche scatti con gli animali domestici preferiti.  

 

 

Juan Carlos in Botswana a fianco di un elefante appena abbattuto
 

 

Ma non solo. Nel 2012, il re spagnolo Juan Carlos è stato investito da grandi critiche e polemiche dopo che è emersa una fotografia che lo ritraeva a fianco di un elefante che aveva appena ucciso durante un safari in Botswana. Dopo l’incidente, il Wwf gli aveva ritirato la carica di Presidente onorario dell’associazione.  

 

Un’altra persona vittima di critiche e polemiche per colpa di una foto in stile safari è Steven Spielberg: su internet qualche anno fa ha iniziato a circolare uno scatto preso dal set di Jurassic Park del 1993. Il regista americano veniva ritratto a fianco di un robot-triceratopo sdraiato a terra morente. «È un assassino», scrivevano su Twitter nel 2014, senza considerare che i dinosauri, quelli veri, erano estinti da milioni di anni. 

 

Il leone Cecil, uno degli esemplari più famosi dello Zimbabwe, è stato realmente ucciso nel 2015. È stata proprio una foto celebrativa a far scoprire al mondo chi fosse il cacciatore: il dentista Walter Palmer, originario del Minnesota. Per questa sua battuta di caccia, e per la foto che l’ha mostrato in tutto il mondo insieme alla carcassa del leone, ha perso il lavoro.  

 

Un momento dell’abbattimento della giraffa Marius allo zoo di Copenaghen  

 

Nel 2014, da Copenaghen hanno iniziato a fare il giro del mondo le foto dell’uccisione della giraffa Marius: lo zoo danese lo aveva ucciso, macellato e dato in pasto ai leoni, documentando bene ogni passaggio. Lo hanno abbattuto per evitare l’endogamia, ovvero la riproduzione tra animali imparentati tra loro, ma molti zoo ed esperti nel mondo avevano offerto soluzioni o alternative meno cruente, mentre molti osservatori e utenti online avevano chiesto che almeno le scene non fossero rese pubbliche.  

 

Nel 2011, invece, un macaco indonesiano ha afferrato la macchina fotografica di David Slater e si è scattato un selfie. La foto è stata venduta da Slater in tutto il mondo, ma fin da subito accese un dibattito etico-legale: chi deteneva i diritti di quello scatto? La scimmia Naruto o l’uomo? Il tema finì in tribunale, perché la Peta, l’associazione animalista americana, fece causa a Slater. La causa si è conclusa nel 2017: il fotografo donerà il 25% dei proventi di quella foto a associazioni animaliste.  

 

Il tema della proprietà delle immagini è al centro di alcuni lavoro del fotografo-artista spagnolo Joan Fontcuberta. In effetti, fotografare gli animali significa sfruttarli inconsapevolmente per i propri fini, positivi o negativi che siano. Nel 2015 con Gastropoda, infatti, ha esposto delle fotografie che avevano una particolarità: erano fotografie mangiate dalle lumache. Provocatoriamente, Fontucuberta chiedeva al suo pubblico: l’opera d’arte è mia o delle lumache che ho messo sopra la foto?  

 

Un altro fotografo diventato famoso (anche) grazie ai suoi scatti di animali è Eliott Erwitt di Magnum: lui non viaggiava nella Savana per trovarli, ma immortalava animali domestici e padroni in combinazioni e sovrapposizioni uniche, ironiche e irripetibili. 

 

Nel 1994, invece, Kevin Carter vinse il Pulitzer con uno scatto che ha fatto la storia: in primo piano c’è un bambino del Sudan magrissimo, piegato a terra, con alle spalle un avvoltoio. Una foto che venne pubblicata sulla prima pagina del New York Times il 23 marzo del 1993 e servì a raccontare il dramma delle carestie in quella porzione dell’Africa. La foto era così potente che però ebbe un effetto devastante sul fotografo: come racconta Luigi Zoja nel suo ultimo libro “Vedere il vero e il falso” (Einaudi, 2018, 136pp, 12€), Carter si suicidò lo stesso anno.  

 

 

Il cane Bo della famiglia Obama durante un natale alla Casa Bianca
 

 

Ci sono poi casi più leggeri e divertenti: i corgie della regina Elisabetta II in copertina su Vanity Fair; il successo interplanetario di Grumpy cat, il gatto dallo sguardo “scontroso” così famoso tanto da diventare protagonista persino di un film di Hollywood; il cane Bo, che compariva sempre nelle foto del Natale alla Casa Bianca durante la presidenza Obama; o il polpo Paul, che ai mondiali del 2010 prevedeva i risultati delle partite (Paul è morto quell’anno, ma di lui rimangono foto, video e persino una lunga pagina su Wikipedia).  

 

Insomma: dimmi che foto fai agli animali, o quali ti piacciono, e ti dirò chi sei. 

 

Un ultimo caso vale la pena di citare. Pensate a J
ane Goodall, la famosa antropologa inglese diventata famosa per i suoi studi sugli scimpanzé nel Gombe iniziati negli anni Sessanta. Le foto che la ritraevano come la prima donna a contatto con gli scimpanzè occuparono numerose copertine del National Geographic e altre riviste, rendendo famosa la ricercatrice e dando linfa vitale al suo lavoro. Erano scattate da sue foto Hugo Van Lawick, un fotografo inglese inviato per documentare le ricerche di Goodall. Ma fin da subito il loro rapporto si trasformò in qualcosa di più profondo. Dopo i primi mesi passati con lei, Van Lawick tornò in Inghilterra. Solo qui capì di amare la donna. Le inviò un telegramma: c’era scritto “vuoi sposarmi stop”. Una storia d’amore nata grazie alle fotografie di animali. Ebbero un figlio e continuarono a vivere e lavorare molti mesi nel Gombe. Ma Van Lawick, per seguire il suo sogno di fotografare altri animali in Africa, decise di trasferirsi nella pianura del Serengeti. La coppia si spezzo, e i due si lasciarono: Van Lawick, grazie agli scatti di leoni, antilopi, e altri animali della savana, divenne uno dei uno dei più importanti fotografi naturalisti della storia

 

 

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